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Una scomparsa dolorosa non cancella una presenza esemplare

LORELLA FERMO, Alberto Arbasino, cm 21 x 29,7, tecnica mista su carta, 2020

Scomparso pochi giorni fa, alla bella età di 90 anni, Alberto Arbasino (Voghe­ra, 1930 – Milano, 1920) è stato una presenza prezio­sa, quanto mai viva e ne­cessaria nella nostra letteratura; e – anche se a lui, bastian contrario noblesse oblige, questo stato in luogo figurato non sarebbe piaciuto – nel nostro mondo letterario. Romanziere – per tutti ricordiamo Fratelli d’Italia (prima edi­zione 1963) – saggista, giornalista culturale e polemista, è stato uno scrittore per natura e statura inafferrabile ad ogni definizione o in­gabbiamento culturale. Una penna di fervida matrice illuminista, per cui l’impegno è consi­stito essenzialmente nell’esercizio di una vigi­le coscienza critica, che poggiava sulla base di una vastissima cultura: non a caso, è stato tra i non molti intellettuali italiani a conoscere le lingue e a confrontarsi con le culture straniere. I suoi nemici in patria non potevano essere che due: la cialtroneria e il provincialismo. Inserisco qui un ricordo personale. L’unica volta in cui vidi Arbasino – non potei parlar­gli, ero tra il pubblico – fu nel maggio 2003 a Bologna, in una serata all’interno di una serie di eventi dedicati ai quarant’anni del “gruppo 63”: un ensemble che, a parte al­cune raccolte poetiche di Antonio Porta e di Pagliarani e qualche spunto critico di Eco, è oggi pressoché dimenticato, e attraverso il quale anche Arbasino transitò di gran fretta.

Lo scrittore era stato invitato a parlare, ma dovette aspettare oltre dieci minuti perché il moderatore della serata – un accademico agli antipodi del savoir faire – stava ricamando su un’astiosa polemica di giornata. Supera­to il limite di un’educata attesa, Arbasino si alzò e – senza parola ferire – se ne andò. Lo stile e la coerenza sono l’uomo, e vanno coniugati con l’appropriatezza degli intenti e di una prassi culturale d’alto livello: di qui la critica perentoria di Arbasino ai radicati di­fetti nazionali, espressa in libri dai titoli ine­quivocabili come In questo stato (1978) e Un paese senza (1980). Riprendendo la censura di Eugenio Montale, secondo cui in un mon­do globalizzato “non si può essere un grande poeta bulgaro”, Arbasino pungeva la scarsa vitalità della nostra narrativa, che “riflet­te e rispecchia soprattutto vite burocratiche ed esperienze mediocri, straordinariamente omogenee e ripetitive”; e “protagonisti” molto più impegnati a firmare appelli, ad andare nei salotti giusti (oggi televisivi) e a titillare i loro ego dappoco, che a farsi trovare nei luoghi dove si vivono i grandi avvenimenti storici.

Al contrario, Arbasino viaggiò ripetutamente nel mondo, fin da giovane; in due bei volu­mi, Parigi o cara (1962) e Lettere da Londra (uscito solo nel 1997) troviamo le impressioni dei viaggi negli anni Cinquanta, con le espe­rienze di incontri e le interviste con grandi come Céline, Mauriac, Cocteau, Beckett, Gol­ding, T. S. Eliot, E. M. Forster. Al profluvio del periodare, Arbasino accompagna sempre la puntualità di descrizioni, interventi, cita­zioni. Al contrario di Luigi Meneghello, che si è sempre giocato tra i due poli di un’eru­dizione esibita (nell’orgoglio del docente uni­versitario in Inghilterra proveniente da un paesucolo del vicentino) e i ricordi dell’infan­zia sotto il fascismo, riproponendo così una versione leziosamente snob del provinciali­smo italico, Arbasino alza la sua gittata alla dimensione mondiale della cultura. L’unica vera sessant’anni fa, nell’universo che si an­dava espandendo tecnologicamente; e ancor più oggi, in un pianeta tecnologizzato come non mai, tra iperboliche possibilità di comu­nicare e virus altrettanto iperbolici nella loro micidiale rapidità di distruzione interattiva.

Enrico Grandesso

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