Se le cicale sono pucciniane
Che bella immagine onirica quella di un ragazzo che, incontrando per la prima volta – grazie al televisore in bianco e nero della casa della nonna – la lirica pucciniana che lo avrebbe poi appassionato e accompagnato per tutta la vita, associa quella musica al frinire delle cicale e all’amato sole siciliano!
È Emanuele Gambino che, con il suo Tosca, Madama Butterfly, Turandot: storia, dramma e fiaba in Giacomo Puccini (Morlacchi Editore), racconta in maniera elegante la fascinosa storia di una “profonda sensibilità musicale”, di una musica di ascendenza poetica (ma di una poesia delle piccole cose e quotidiane) e di una “capacità di sentire il teatro in musica” più unica che rara. E la narrazione prende le mosse da un paradosso: il linguaggio pucciniano, pur se piuttosto complesso, tuttavia “si presenta semplice perché la sua comprensione è immediata e diretta, […] fondato sulla psicologia dei personaggi e sull’espressione dei suoi sentimenti” (p. 12).
Ascoltiamo dapprima la ‘voce carnale’ di Tosca (1900), di cui la prima interprete è stata la soprano rumena Hariclea Darclée e che ci svela la forte vocazione da regista cinematografico del grande autore toscano. Gambino, scrivendo della protagonista come di “un’intelligente donna di spettacolo che vive nella terra di nessuno della società del tempo”, non vi vede un’opera tragica, bensì “un dramma a forti tinte” che tratta una storia di violenza con un certo distacco aristocratico. Ma qui non viene sottovalutata la figura “nobile e terribile” di Vitellio Scarpa, il barone siciliano follemente innamorato che rappresenta uno tra i più importanti ruoli baritonali di tutta la storia del melodramma, sospeso com’è tra brutalità e raffinatezza.
Con i libretti di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, Madame Butterfly (1904) mette in scena sia il cinismo e la banalità dell’ufficiale della Marina degli Stati Uniti Pinkerton – che poi finirà per precipitare nel gorgo dei rimorsi –, sia la grande illusione e poi l’irruzione del tragico nella vita della giovanissima geisha. Si tratta, lo ricorda opportunamente l’autore, di un’opera che Puccini considerava la sua più bella e più moderna e che peraltro sarebbe andata incontro a un clamoroso insuccesso alla prima assoluta alla Scala! Pare che solo Giovanni Pascoli incoraggiasse il deluso musicista lucchese; poi, una volta rivista nella sua impostazione, Madame Butterfly avrebbe invece ottenuto il favore di pubblico e di critica già dal finire del maggio dello stesso anno (a seguire, però, sei anni di silenzio compositivo…). Al di là degli spunti melodici giapponesi, frutto del vivo interesse di Puccini per quella civiltà così lontana, ciò che va sottolineato è l’elemento della grande attenzione per il foro interiore dei personaggi: “l’amore passa dal capriccio alla disperazione attraverso un’insensata illusione” (p. 34).
Giungiamo così a quella che Gambino presenta come la più spettacolare, fastosa e grandiosa delle opere pucciniane, la misteriosa, esotica e fiabesca Turandot (rappresentata la prima volta, postuma e incompleta, nel 1926), il cui incipit fa entrare in un mondo altro: “Pechino, al tempo delle favole”. Accanto alla principessa, ecco i tre suoi bizzarri e anzi grotteschi ministri Ping, Pang e Pong che non fanno altro che sperare in una pace costruita su quell’amore che, solo, può sciogliere il cuore di ghiaccio della ieratica regnante, la quale tutto sa affrontare tranne che, appunto, l’amore.
Con Puccini, allora, attraversiamo il potere corrosivo dell’eros e al contempo assaporiamo l’evocatività di una musica che si nutre di “piccoli affetti” come di una potente gioia di vivere. In ultima istanza, non possiamo che concordare con Emanuele Gambino: forse è proprio vero che Puccini “non è mai stato padrone di se stesso” (p. 45), che si “è sposato solamente con l’arte” (p. 27) e che le sue eroine – un po’ tutte imparentate con Elvira, con cui ha vissuto un burrascoso e lungo rapporto mai reciso – sanno di fragilità, ostinato desiderio, gelosia, sacrificio, coraggio e mistero.
Giuseppe Moscati




