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Fignon, scrittore friulano da ricordare

Letteratura — Amicando Semper n. 92, Settembre 2026

Fignon, scrittore friulano da ricordare

Introducendo il discorso sulla figura di Beno Fignon (nato nel 1940 a Montereale Valcellina, in provincia di Pordenone, e morto a Milano nel 2009), penso al film Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind) del 2004, diretto da Michel Gondry e con protagonisti Jim Carrey e Kate Winslet, dove la questione della damnatio memoriae è il filo conduttore della vicenda narrata. L’occasione mi è offerta dalla ricorrenza del 6 settembre, giorno della prematura scomparsa di Fignon all’età di 69 anni. Dopo un silenzio di alcuni lustri sarebbe necessario produrre un evento teso alla riscoperta della sua opera, che si segnala per il suo valore non solo nell’ambito della cultura (la poesia e la prosa in italiano e nel dialetto friulano della varietà materna di Andreis), ma anche nel sociale, dove esprime il dato di una sicura originalità di pensiero e di azione. Emblematica è l’affermazione contenuta nella sua ampia nota autobiografica: “L’ideale sindacale di perseguire la giustizia, unica linfa che, circolando nella società, mantiene sano e vivo il mondo, viene continuamente confermato come unico modo attraverso il quale il mondo stesso sia vivibile. La giustizia porta con sé la moralità più alta. Dove questi due valori sono disattesi assistiamo a quel tipo di immane sofferenza inutile di cui il mondo è pervaso.”

Caricatura di Beno Fignon
Lorella Fermo, Beno Fignon, cm 21 x 15, tecnica mista su carta, 2026

Aggiornato cultore della storia della poesia, non solo friulana, autore abile nella combinazione tra la profondità dei contenuti e la musicalità del verso, aveva in sé pure una capacità aforistica di incisiva e lapidaria forza espressiva. Le numerose volte in cui abbiamo parlato per concertare eventi, preparare testi critici di ricognizione nella letteratura contemporanea, è stato bello e sollecitante conversare sulle più diverse tematiche ci capitassero innanzi. E con lui ho avuto sempre modo di esprimere l’apprezzamento soprattutto per alcune opere che cito di seguito.

Li’ Castelanis (1984-1990) va letta come un unico poema, al cui centro c’è il ritrovamento di un paese e di un fiume – il Cellina da Andreis a Montereale – che si fa simbolo significante di tutti i paesi e di tutti i fiumi.

Con un’ampia variegazione espressiva Fignon tocca varie tonalità di approccio ai problemi: dalla gnomica o sentenziosa all’ironica, dalla lirica-intimistica all’elegiaca, dalla polemica alla giocosa amara.

L’autore assume in questo caso il friulano natio, quello di Montereale, come strumento per le evocazioni, i racconti e i ragionamenti, per il suo scavo di confessione, per la sua concentrata struttura d’analisi dei sottili trasalimenti del cuore, delle consapevoli illusioni, della sostanza del rapporto tra sé e il tessuto del paese.

Gli Haiku furlans (luglio 2001) sono frammenti, guizzi epigrammatici che hanno il respiro breve di una battuta fulminea, ma la risonanza di un battito sentimentale che perdura e diventa fragranza culturale in chi legge. Sono redatti nella parlata di Andreis, di lontana ascendenza formale giapponese ma elaborati in una forma che è ascrivibile completamente all’autore, con un gusto particolare nell’assegnare alle cose nella loro fisica evidenza un’impalpabile anima vitale, uno sfondo che lascia intravedere ampi orizzonti anche quando è chiuso da una chiostra di monti e poi, ciò che ritengo assolutamente innestato nella personalità letteraria di Fignon, la capacità di provare il brivido e nello stesso tempo la gioiosa meraviglia dell’invenzione.

Cellina (novembre 2001) è una raccolta in italiano e in friulano dove tra versi e prosa l’autore rivela una sua inclinazione riaffermata con calda insistenza: il recupero memoriale dell’infanzia, come momento in cui la realtà del paese si è impressa nella sua coscienza come una pellicola riportata a nuova luce nel momento della narrazione. Il respiro breve dei racconti risponde anche alla necessità di rispondere alla vena espressiva che, come una forza fluviale, preme sugli argini della sua sensibilità. Il suo non è ripiegamento nostalgico in un passato vagheggiato con l’occhio di chi non si rende conto dell’incanto seduttore del tempo passato, ma un termine di confronto costante con il presente. Anzi da questo punto di vista possiamo dire, in termini critici, come vi sia un’operazione orizzontale e verticale: l’orizzontalità la troviamo nella linea che congiunge la realtà del paese a quella della metropoli (Milano, dove è stato accolto dall’età di 16 anni), la verticale tra il periodo della giovinezza e quello dell’età matura.

Enzo Santese

Amicando Semper · n. 92, Nuova serie · Settembre 2026 · pagg. 4-5

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