L’orsa di Marco Aurelio
di Mario Giannatiempo
Il nuovo romanzo di Paolo Venti, “l’Orsa di Marco Aurelio” si inserisce nel solco già avviato da “Le figlie dell’orsa”, di cui costituisce in effetti un prequel. Anche in questa narrazione trovano una felice sintesi tutti gli interessi culturali dell’autore: la passione per la montagna, l’amore per i boschi e la terra di appartenenza, la conoscenza dei luoghi natii, lo studio delle tradizioni popolari. La vicenda si svolge in un paesino dell’alto Friuli, abitato da pastori celti e guidato con mano sicura da Freyla, una sacerdotessa che custodisce un prezioso e potente talismano, la statuetta d’argento di un’orsa in cui s’incarna la divinità di Artio. Ben presto essa diventa l’oggetto del desiderio anche dei Quadi, che vogliono le terre abitate dai Celti, e dei Romani che, guidati da Marco Aurelio in una spedizione contro i Germani, credono che solo il possesso della statuetta di Artio possa favorire il felice esito della guerra. Ne nasce un romanzo dove storia e fantasia possono intrecciarsi liberamente, anche se con rigoroso rispetto delle regole narrative dei rispettivi spazi di lavoro. Infatti la storia è sicuramente protagonista in questo libro: la spedizione di Marco Aurelio contro i Quadi definisce rigorosamente il contesto, lo arricchisce con riferimenti precisi a persone e fatti, riducendo gli spazi di vaghezza e imprecisione così cari al genere fantasy. L’autore ammette di essersi preso solo due licenze di poco conto rispetto al rigore storico che si era imposto: fa diventare d’argento la statuetta religiosa contesa tra Quadi, Romani e Celti (in realtà di bronzo, risalente al II o III sec. d.C. e conservata nel Museo di Storia di Berna) e allunga la vita di Frontone di qualche anno per renderlo spettatore della morte di Marco Aurelio (Frontone maestro di Marco Aurelio morì forse nel 170 d.C., dieci anni prima del suo allievo).
Piccole licenze che senza compromettere il vero storico aiutano a valorizzare il carattere narrativo della vicenda. Ma l’illusione del lettore, il suo livello di partecipazione alla fabula viene ulteriormente rafforzato dal ricorrente uso del latino, dalla descrizione dettagliata di rituali religiosi, di manovre militari, di usi, costumi e persino abbigliamenti tipici del tempo e del luogo. Certo Venti può contare su di un humus culturale di tutto rispetto, dal momento che insegna da anni latino e greco, inoltre è un sincero ammiratore della cultura delle civiltà classiche. Ma la felice illusione narrativa è frutto di una raffinata operazione, costruita su diversi livelli come ad esempio l’ambiente, i luoghi della storia, tanto più convincenti quanto più possono apparire realistici.
Anche in questo caso l’autore ha potuto mettere in campo esperienze personali, legate alla sua infanzia e alle passeggiate fatte da giovane sulle montagne che circondano Travesio (in provincia di Pordenone), paese dei suoi nonni e in cui ancora torna a vivere saltuariamente nella casa conservata con amore. E allora l’elemento fantasy? Certamente la storia d’amore tra Freyla e il centurione romano, le battaglie per il possesso della statuetta, le manovre subdole dei Quadi e del legato Sepino, gli orsi combattenti, ed altro. Ma molto meno le arti magiche di Freyla, o i fenomeni misteriosi degli spiriti dei fiumi e dei boschi. Questi elementi appartengono ad una sfera religiosa dove tutto diventa possibile anche se irrazionale. Appaiono piuttosto come un doveroso omaggio ad una cultura celtica, religiosa e popolare, che ha i suoi miti e le sue leggende come quelle di altri popoli più famosi. Certo l’ingrediente che insaporisce il tutto è l’innamoramento tra la fanciulla che guida il villaggio e il centurione Tito incaricato di portar via la statuetta. Ma non mancano interessanti digressioni, o approfondimenti psicologici di non poco conto. La figura di Marco Aurelio è fortemente umanizzata, ne seguiamo i pensieri, la stanchezza fisica e morale, la saggezza e la conoscenza filosofica. Anche la sacerdotessa non è solo una bella fanciulla, ma una figura depositaria di una conoscenza antica, una cultura matriarcale, abituata a destreggiarsi tra difficoltà di ogni genere, come mostrano i diversi momenti di dialogo con l’imperatore. La guerra è vista nella doppia lettura di logica di potere e di interessi materiali, ed insieme come un mostro che miete giovani vite, distrugge famiglie e villaggi.
Mario Giannatiempo




