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L’effimera grazia dell’infinito

Categoria: Letteratura

L’effimera grazia dell’infinito

di Lucia Guidorizzi

C’è un genere di poesia che procede luminosa e appartata, su sentieri poco frequentati e che proprio per questo riluce di uno splendore del tutto peculiare.

Guglielmo Aprile, Beatitudini
Guglielmo Aprile, «Beatitudini»

Si tratta di una poesia che non indulge nel ripiegamento intimistico o nella denuncia programmatica, che non è autoreferenziale né tantomeno affetta da egotismo, ma che sa spiccare il volo per condurre il lettore verso il regno del numinoso.

Tale è la poesia di Guglielmo Aprile, un ricercatore assiduo del trascendente nell’immanente, fedele da sempre al sacro poiein.

In particolar modo ciò vale per la silloge “Beatitudini” (Fara Editore), classificata al terzo posto al concorso Narrapoetando 2025.

I testi della raccolta sono pervasi da immagini vivide e intense che celebrano la comunione mistica con la Natura, la bellezza e la generosità con cui questa si manifesta, la sacralità di cui sono intrisi la terra, il cielo e il mare.

Guglielmo Aprile
Guglielmo Aprile

I versi si aprono in un respiro cosmico in cui ogni piccola parte dell’universo è partecipe del tutto. Il sacro respiro dell’Atman pervade ogni cosa, permettendo di uscire dal carcere angusto della propria identità per accedere al Sé autentico ed immortale.

Sono poesie che coniugano l’eleganza formale dell’eredità classica con la sapienza antica della mistica orientale, che evocano le grandi statue ieratiche dal sorriso ineffabile del Buddha e invitano alla contemplazione delle costellazioni celesti nelle quali i greci lessero il destino delle creature viventi.

Secondo l’assunto ermetico che afferma “Ciò che è in alto è uguale a ciò che sta in basso” ogni individuo è un microcosmo che rispecchia il macrocosmo.

Nel leggere i versi delle “Beatitudini” ho pensato che forse Guglielmo Aprile appartiene alla genealogia ormai in estinzione dei contemplatori solitari che col loro sguardo poetico sanno entrare in comunione mistica con la natura, gli animali, le piante, che sanno leggere nelle nuvole in perenne divenire, che sanno interpretare i simboli e gli emblemi adombrati da animali, alberi, fiori, piante, laghi, montagne, che riconoscono nel mare la vastità dello spazio infinito. La ricerca poetica di Guglielmo Aprile richiama versi indimenticabili del “Faust” di Fernando Pessoa, che potrebbero configurarsi come suo manifesto programmatico sul rapporto tra simbolo e realtà.

In una segreta simmetria ogni manifestazione naturale ci riconduce a una condizione interiore, ci fa risalire alle radici orfiche della poesia che non può prescindere dall’addentrarsi nel mistero.

In questo universo popolato da ierofanie, il viandante non è mai solo perché nel suo procedere è accompagnato dalle visioni di quanto gli viene incontro ed è pervaso da un profondo senso di interconnessione tra le cose che si può sintetizzare nella frase “Io sono tutti, il tutto è in me”, ma anche fa pensare a Giordano Bruno che riconosce l’infinitezza dell’universo, privo di centro e popolato da infiniti sistemi solari.

In questa pluralità di mondi non ci si può che perdere con gioia, provando quella pienezza che permette di uscire dagli angusti confini dell’io. In un mondo esautorato dal mistero, la poesia di Guglielmo Aprile è più che mai necessaria perché restituisce alla vita la bellezza dello stupore: in fondo, raggiungere la beatitudine implica sempre un rovesciamento, uno spiazzamento, un cambiamento radicale del punto di vista, il farsi viandante sconosciuto nella foresta.

Infine, la lettura di questa silloge è un invito ad operare una radicale metanoia, che coinvolgendo ogni aspetto dell’esistenza, permette di rinascere grati e ammirati per la bellezza e la sapienza che permeano ogni cosa.

Lucia Guidorizzi

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