L’editore Macabor, che si segnala nel panorama dell’editoria per la qualità delle sue scelte, nell’ambito
della collana “Il roseto” ospita Echi e discordanze, un’opera poetica di Alessandro Cabianca, scrittore e drammaturgo veneto, noto anche per la profondità dell’impegno nella letteratura e militanza nella poesia, per il fervore organizzativo e saggistico. La sua scrittura si muove tra la regola mutuata dalla stagione classica di cui l’autore coltiva una lunga tradizione di studi e interessi e la poesia che sgorga tra sentimento lirico privo di retorica e lo sguardo orizzontale alla storia nelle sue determinazioni evolutive. La consuetudine con la tragedia greca, lungi dall’ingabbiarlo in un reticolo normativo di ascendenza scolastica, lo alimenta anche nella sua tensione d’analisi dei ritmi dell’attualità.

La parola risuona in mezzo ad altre con la vibrazione significante che illumina una scena di volta in volta con i riflessi di un pensiero scaturito da inquietudine per l’esistenza di sé e degli altri. Questo legame stretto con l’alterità lo colloca fuori dalla solita ricorrente cripta di ripiegamento esclusivamente individuale, frequentata da molti poeti di ieri e di oggi; Cabianca, infatti, per indole cerca il dialogo continuo con le voci della poesia e della cultura in genere, con i quali intesse sempre una trama feconda di esiti d’approfondimento culturale. Nei testi va alla radice del dire, spogliandolo del superfluo con la dotazione di ritmi formali, valori concettuali e cadenze di pensiero che lo proiettano in uno spazio senza tempo anche quando fa riferimenti precisi alla storia e alla cronaca. Enrico Grandesso apre le condizioni del volo fantastico di Cabianca nella puntuale prefazione che prospetta un’angolatura interpretativa personale. Le strofe si susseguono dando l’idea di un mare increspato dal ritmo alternativamente ascendente e discendente del climax, caratterizzato da note più veloci e più lente.
Centocinquantasei strofe nella sezione intitolata Discordanze, duecentosettantacinque in Echi dell’indicibile sono la struttura di una geografia in cui le isole della mitologia, della filosofia, della storia, della poesia sono state unite da ponti che ne contaminano i caratteri eppure, sotto l’attento lavoro ermeneutico dell’autore, mantengono la fisionomia di una sensibilità che fa di Cabianca un poeta non solo perché sintonizza la parola con una musica interiore pienamente riconoscibile, ma anche perché impiega la pagina nella registrazione di un pensiero che si dirama in molteplici rivoli significanti. Il tutto senza ricorrere al repertorio retorico di cui pur è capace, ma dotando i versi di quella chiarezza che serve spesso a catturare il lettore in un’area di vera condivisione. Dà l’idea di cercare sempre il dialogo anche e soprattutto con chi è fuori da quel suo mondo ideale e lo fa per sentire davvero il piacere di un confronto. Infatti la poesia non si impone sull’ascoltatore, si propone con i suoi versi congegnati per inviare segnali, si espone per avvalorare intendimenti e convinzioni.
E il tono assertivo cede sovente il passo a quello interrogativo, quando l’io poetico affronta questioni apparentemente irrisolvibili. “Ma che necessità può avere un Dio / di canti o preghiere o scimitarre?” Il conflitto tra la ragione e l’istinto isola spesso l’uomo in una zona franca, in cui qualsiasi giustificazione sembra lavare una colpa; i guasti e le pazzie dell’uomo sono nel mirino della sua analisi impietosa, tradotta in poesia dove tragedia e elegia si fondono. “E l’uomo? Ansiosamente fugge / verso il futuro come in agonia / prestabilita e del passato l’ombra / manda in chiacchiere.” (Strofa 202). Tutte le strofe, dalle più brevi a quelle lunghe, dalle ottave a quelle in nona rima, scorrono in una sequenza che, verso per verso, si fa risonanza della mitologia e della storia, specchio dell’attualità, a dimostrazione che il tempo dell’umano è unico e il suo svolgimento diacronico riguarda la dimensione geometrica dell’esistere, non la sostanza pulsante dell’essere. L’architettura poematica si fonda su un sistema labirintico dove ad ogni stanza (cioè strofa) il lettore può essere trasportato in una dimensione del tempo remota oppure fatto atterrare in un punto della contemporaneità, dove il vorticare dei versi crea a volte un effetto straniante; proprio quando si avverte il rischio di perdersi nella “visione” delle discordanze e nell’ascolto degli echi, il ritmo sembra suggerire un attimo di più pacata meditazione sulle discrasie del presente; eppure subito dopo può inerpicarsi in un’imbizzarrita tensione verso il grido che, solo, può liberare al momento l’animo dal suo carico di bile. In questo il poeta si fa portavoce della rabbia diffusa per la prepotenza di certe pretese di personaggi del mondo contemporaneo. Il tutto avviene col fare pacato di chi sa – anche grazie alla poesia, quella vera produrre una magia della metamorfosi, mutando la rabbia per i guasti del mondo e l’insensatezza di certe azioni, in un atteggiamento “disarmante”, nel senso che contiene le ragioni per smontare qualsiasi progetto di violenza. Nei reticoli concettuali a cui è fortemente ancorata la scrittura di Alessandro Cabianca c’è una decisa volontà di convocare su un ideale palcoscenico del tempo personalità del passato con quelle più recenti, come Hölderlin , Ezra Pound, Thomas Eliot, a cui mostrare l’attuale punto d’arrivo delle magnifiche sorti e progressive che dalla “Ginestra” leopardiana mandano un’eco stordente all’attualità e fanno cogliere le infinite discordanze dell’esistere.
Enzo Santese




