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I landai come serpentelli salaci

Silvia Favaretto nel suo ultimo prezioso libro di poesie “Piccole serpi nere” Edizioni Abao Aqu 2026, ci propone una raccolta di landai (in afghano questa parola significa “piccoli serpenti velenosi”), forma poetica orale adottata dalle donne afghane di etnia pashtu. Come spiega l’autrice nell’introduzione, questa composizione consiste in un distico di 22 sillabe, in genere costituito da nove nel primo verso e tredici nel secondo. La sua origine risale ai tempi antichi della tradizione orale afghana e veniva cantata da donne e uomini. Solo in anni recenti è divenuta una modalità espressiva esclusivamente femminile, veicolo conciso e potente di ribellione agli abusi imposti dalla società patriarcale.

A diffondere i landai in Italia sono stati Marco Ribani e Vittoria Ravagli che li hanno proposti come arma internazionale di denuncia delle donne contro le violenze famigliari. Antonella Barina è stata la prima organizzatrice di eventi riguardanti i landai a Venezia, sostenendo che l’allegria e la libertà che si può far circolare attraverso i landai, sono il primo bersaglio contro cui una cultura di oppressione e sottomissione si accanisce. Eppure, per quanto si voglia ridurre al silenzio la parola delle donne, questa continuerà a germogliare come il verde virgulto di una pianta con una forza tale da spaccare il cemento dell’indifferenza. Ci sono mondi preclusi all’universo maschile, dedito ad amministrare la dimensione pubblica, sociale e religiosa e sono universi in cui il linguaggio si esprime in piena libertà, raccontando il lato nascosto della luna, del femminile oscurato.

Silvia Favaretto in questa sua raccolta ribadisce che la parola sgorga con maggiore forza e intensità, proprio lì dove la libertà di espressione è preclusa, dove il potere di cancellazione sancisce che la donna debba essere invisibile. Il libro è corredato da una serie di immagini di grande forza evocativa, opera della stessa autrice. La vera libertà non viene mai data in regalo, ma si conquista decostruendo istematicamente, attraverso l’inventio poetica, le gabbie istituzionali e comportamentali imposte da una cultura patriarcale attraverso ironia, levità e prontezza di spirito, capacità di resistenza e di riscatto.

Silvia Favaretto coi suoi landai evidenzia un mondo pieno di vivacità e complessità e i suoi “serpentelli neri” rivendicano il diritto che ha la donna di risplendere. La sua raccolta si suddivide in due sezioni: “Landai dell’oscurità” e “Landai di luce”. I versi di Silvia, lucidi e saettanti, attraversano l’oscurità della sofferenza, fisica e morale, inflitta dalla sopraffazione di un mondo cupamente patriarcale, per approdare a un riscatto pieno di felice consapevolezza. Nonostante la negazione e la cancellazione, c’è un fuoco sempre risorgente dalle energie femminili che scaturiscono dalla parola poetica, capace di percorrere sentieri di speranza e di riscatto.

Alla fine del libro vi sono anche due landai dedicacati alle donne di Terre Mutate (L’Aquila). Queste sono simbolo della capacità di riscatto: hanno conosciuto lo sconquasso della terra che tremava sotto i loro piedi e, nonostante ciò, si sono rialzate per rimettersi in cammino. Questo piccolo e prezioso cammeo poetico di Silvia Favaretto ci ricorda che la paura più grande degli uomini è quella di perdere il controllo sulle donne. Si tratta di una paura ancestrale che ha dato origine alle figure del terribile e del mostruoso:
lamie, streghe e menadi fin dall’antichità incarnano questa paura della potenza generatrice. Ma la donna riesce sempre ad oltrepassare i confini che le vengono imposti e lo fa con le risorse di un linguaggio
che accede ai piani del simbolico. La poesia è in grado di sciogliere catene prodotte da millenni di sopraffazione. È inevitabile.

Lucia Guidorizzi

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