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Il mondo dei vicoli

“Tutti stanno sulla strada a godere il sole finché questo splende. I Napoletani ritengono possedere il paradiso” scrisse Goethe poco dopo essere approdato nella città partenopea. Una Signora che festeggia quest’anno i 2500 anni dalla fondazione: il “compleanno” eccezionale di una città sempre ad alta densità, di sole e vitalità, di drammi e solidarietà, di tragedie di gentilezza e d’arte. Un viaggio particolare dentro Napoli è quello di Monica Florio, partenopea doc, nel suo recentissimo Il mondo del vicolo. Identità erappresentazione (Guida editore, con prefazione di Sergio Zazzera). È un volume che attraversa la città partendo dalla sua componente architettonica e antropologica più popolare: il vicolo appunto. Napoli ne possiede più di cento, che intersecano i decumani e i cardi dell’antico tracciato romano; prerogativa non esclusiva delle zone povere, ma anche di quartieri “in” come il Vomero e Chiaia.

Luogo di vicinanza imposta, il vicolo era in passato un microcosmo autosufficiente, basato su un’economia di sussistenza, con i suoi mille mestieri inventati ad arte ed oggi in parte scomparsi (l’arrotino “ammolafuorfece”, il fabbricante di candele, l’uomo dei pegni, il calzolaio “solachianiello”). Con essi le attività illecite, dal contrabbando al lotto, dalla prostituzione all’usura. Vibravano nel vicolo le voci dei venditori ambulanti, ad ogni ora del giorno: dal mattiniero lattaio al caffettiere al venditore di pettini.

“Il vicolo”, scrive Monica Florio, “ha sempre rappresentato un elemento di coesione per chi, privo di un’abitazione o di una tradizione familiare, vi ha trovato le proprie radici… diventa una “famiglia estesa”, che garantisce sicurezza ma non riservatezza alla collettività. Ciò che accade al singolo coinvolge tutti gli abitanti del vicolo, in cui è abolita ogni distinzione tra attori e spettatori”. Quest’elemento teatrale ha ovviamente magnetizzato l’attenzione di artisti, scrittori e registi – napoletani e non – che hanno immortalato i vicoli nelle loro opere. Iniziando da Giovanni Boccaccio, che nel Decameron narra le peripezie di Andreuccio da Perugia giovane ricco e sommamente ingenuo che, ingannato da una prostituta, imparerà poi a destreggiarsi e a rifuggire dalle facili lusinghe (torna alla mente l’episodio filmico di Pier Paolo Pasolini del 1971, con uno sfolgorante Ninetto Davoli). Nei vicoli di Napoli è ambientata La gatta Cenerentola, la cui versione più antica appare ne Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile.

Nel Novecento il poeta dei vicoli è stato Raffaele Chiurazzi e il loro commediografo Raffaele Viviani – senza dimenticare Napoli milionaria di Eduardo De Filippo. Nella pittura incontriamo artisti quali Vincenzo Gemito e Vincenzo Migliaro; tra i romanzieri, Anna Maria Ortese, Annibale Ruccello ed Elena Ferrante. Ma i ricordi più vividi sono quelli del cinema: partendo dai due capolavori di Vittorio De Sica, L’oro di Napoli (1954) tratto dai racconti di Giuseppe Marotta, con protagonisti il guappo e la pizzaiola, i giocatori e il filosofo del popolo, e Ieri, oggi, domani (1963), dove la contrabbandiera Adelina, sposata ad un nullafacente, avrà una serie continua di gravidanze per non essere arrestata. Quindi Miseria e nobiltà di Mario Mattoli tratto dall’opera teatrale di Eduardo Scarpetta, con Totò e Sophia Loren (1954) e Operazione San Gennaro (1966) di Dino Risi con Nino Manfredi, Totò e Senta Berger.

Per concludere, tra molte altre opere (di Loy, Wertmüller, ecc.), con Nostalgia di Mario Martone (2022) tratto dal romanzo di Ermanno Rea, con Pierfrancesco Favino e Francesco Di Leva: un film che contrappone nel Rione Sanità e nei suoi vicoli un delinquente in cerca di redenzione e un sacerdote coraggioso, ispirato dalla figura di Don Antonio Loffredo, che ha lottato e lotta da anni per offrire ai ragazzi poveri ed emarginati possibilità di risarcimento con lo sport, il teatro e la musica.

Enrico Grandesso

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