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Nelle pieghe di un intrigante romanzo

“Fuochi di Lisbona” di Paolo Ruffilli (Editore Passigli) è un testo insolito fin dal titolo, a cui fa seguito il contenuto interessante e profondo di una ricerca letteraria fatta dall’autore su un poeta di fama mondiale: Fernando Pessoa. Al suo interno, l’autore inserisce la storia, quasi boccaccesca di un amore fulminante di due novelli amanti che si interseca con la vicenda amorosa e umana vissuta dal poeta. Alla serietà del saggio si contrappone quindi la leggerezza di una nuova storia, narrata con sottile ironia dall’autore.

L’aereo permette al protagonista di staccarsi dalla terra con un senso di libertà sognata. Di uscire dal consueto menage, ormai diventato abitudine per vivere un’avventura dei sensi. Ciò avviene già dal momento dell’imbarco, in un clima di voluta festa. Uscire dalle righe, derogare i vincoli e godere “delle nuvole e dell’aria, quasi senza peso, come un angelo” con l’occhietto attento all’avventura della carne che chiede sempre la sua parte di festa. E, come corollario a questo desiderio, ecco le hostess compiacenti e chiacchierone che comprendono subito ciò che frulla nella testa di quel passeggero che è salito guardandole in modo troppo intenso ed interessato. Il fuoco della conquista però è già stato acceso nell’anima del viaggiatore ed ecco che per alimentarlo e dargli nuova vita e vigore, si insinua il ricordo di un’altra donna, ormai morta, anche se continua a vivere nelle lettere che ha spedito al suo amato, in un continuo scambio, che costituiscono il corpo di un epistolario dal quale emerge il grande Fernando Pessoa.  Gli inserti dei celebri e profondi scritti del poeta portoghese, riportati di volta in volta dall’autore del libro in corsivo, costituiscono un romanzo a sé stante nel quale si va ad inserire la nuova fabula umana. Un romanzo nel romanzo quindi, e non è la prima volta che ciò avviene in letteratura, solo che nel libro avviene come se Lisbona, in cui sono ambientati, permettesse la magia di una reincarnazione dei vecchi amanti nei nuovi amanti.

Un soggetto così diverso dagli altri scrittori per vari aspetti, ma specialmente per il mistero e l’arcano che lo avvolgono e accompagnano la sua vita. Solo in questo mistero egli esiste, tanto che crea dal nulla esseri inesistenti, degli eteronimi, che non si possono definire dei suoi “alter ego”, perché hanno un aspetto diverso, sono, come afferma lui, quegli amici che mai ha avuto.

Anche per Pessoa arriva l’amore nei tratti della giovane Ophelia e già il nome della giovane è premonitore della fine, della morte proprio del sentimento che brucia entrambi. Ed è amore, pur se diverso, per la giovane che viene attratta anche fisicamente dall’uomo. Ma nei suoi sogni c’è la normalità di una famiglia, di una vita insieme. Pessoa però ha un amore più grande, totalizzante, contro il quale la giovane non può competere: la letteratura. Anche per lei, si potrebbe pensare ad una creatura inesistente di fatto, creata dal poeta stesso per dare corpo al suo bisogno di amare. Un caso di eteronimia, quindi, se, post mortem della donna, non fosse stato pubblicato dai famigliari, il carteggio intercorso tra i due, tenuto gelosamente segreto fino alla fine per sua espressa volontà. È proprio ciò che si scrivono che fa emergere, quasi da una misteriosa dimensione, la figura del grande, ridandogli non solo fattezze umane superiori alla striminzita figura delle fotografie, ma costruendo attorno a lui un’aura di intuizioni, di riflessioni filosofiche che denunciano le sue straordinarie capacità intellettive e danno sostanza alla fama che il poeta dell’occulto vive ai giorni nostri.

LORELLA FERMO, Fernando Pessoa e Paolo Ruffilli,
cm 15 x 21, tecnica mista su carta, 2025

Ma torniamo al romanzo, e precisamente al convegno di Lisbona, il “topos” dell’inizio della novella storia amorosa. È lì che il protagonista viene attratto da una giovane donna, elegante, raffinata, colta, il cui nome “Vita”, altro non è che la metafora di ciò che l’uomo desidera: vivere, vivere, vivere.

Vita sa che l’amore è il fuoco che in quel momento l’affascina. Ma è lei a guidare il gioco. È lei che lentamente alimenta quel fuoco, con i baci e con qualsiasi altro mezzo, anche grazie alla complicità di un’amica, per legarlo sempre più.

Ora non saprei definire “Fuochi di Lisbona” un romanzo sull’amore e sulla passione, oppure un saggio su Pessoa, perché nel primo caso sarebbe limitativo definirlo saggio, data la vastità del tema, e nel secondo, il convegno non dà oggettive e documentate risposte alla domanda sul perché il rapporto tra i due fatali amanti sia stato rotto così crudelmente da chi lo aveva inizialmente nutrito. Sarebbe stata troppo banale una risposta reale. Meglio quindi lasciare l’indefinito di un mistero, su Fernando e Ophelia, perché nel mistero tutto è possibile.

Maria Luigia Chiosi

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