La recente silloge di Luigi Natale, uscita nelle edizioni di Molesini a Venezia,
giunge nelle librerie come una turbolenza in quota che scatena gli elementi atmosferici, cioè le parole, in forme che il titolo riporta in una bella sintesi, Neve vento sassi, tre fattori legati tra loro in successione per asindeto, a indicare la sferzata d’energia poetica immessa in una raccolta dalle molteplici sfaccettature significanti. Natale ha ormai un consolidato repertorio di prove che ne definiscono la maturità nella scrittura, concepita non come esercizio di bello stile o peggio ancora di sfogo autobiografico, bensì come campo di espressione di un io in cerca del noi attraverso l’elaborazione di un pensiero che è frutto di ricerca continua nell’alveo del dicibile, dove la parola è battito d’emozione e respiro d’esistenza.
D’altro canto il tutto è ben registrato nella nettezza evolutiva delle opere precedenti, Ospite del tempo (1998), Il telaio dell’ombra (2001, con prologo di Mario Luzi), Orizzonti sottili (2005), L’orlo del mondo (2012), La terra del miele, racconti di Sardegna ed altri mari (2014) e Il mare che aspetta (2018), che costituiscono un mosaico sommosso di umori e sensazioni dove la terra d’origine (la Sardegna) è una sorta di quinta teatrale con riverberi in parti del mondo anche lontane, vissute dal poeta come esperienze nell’“altrove”.
Fabio Finotti, nella prefazione che costituisce la prima scintilla generatrice di curiosità per il lettore, si pone un interrogativo che per lui ha un’immediata risposta: “Che cos’è la quinta dimensione?” La si coglie dalla lettura di questa poesia, dove “tempi e spazi diversi si intrecciano”. A questo aggiungerei anche i travestimenti della realtà in sogno, la fantasia come proiezione rarefatta del mondo fisico, in un’osmosi continua tra il sensibile e il pensabile, cioè tra l’universo delle cose percettibili e quello dell’immaginazione, in cui può trovare sede qualsiasi slancio della mente nei territori che alimentano la coltura dell’impossibile. In questa raccolta di testi non costruiti a tavolino, ma intessuti di urgenze interiori, è dato trovare il filo che costituisce il contorno della personalità dell’autore, la generosità del dire e del fare (“Pregare per il buon raccolto degli altri / come fosse il nostro”); tutto questo delinea un paesaggio assai diverso da quello della storia contemporanea e della cronaca attuale che la innerva, caratterizzata da un eterno baluginio di urti, scatenati dalla congerie dei conflitti di interesse. Invece Luigi Natale, profondo conoscitore di tutto ciò che avviene nello scenario umano, ricorre alla poesia come mezzo per trascendere il contingente e raggiungere quella quota che gli consente di cogliere “gli spasmi dei colori /sospesi tra erbe e fiori.” Il suo mondo è fatto di sensi vigili a registrare ogni bisbiglio della natura da trasformare in canto, dove la melodia alterna con sapienza e con la naturalezza dello scatto immediato le punte di acute drammatizzazioni con quelle di note distese tra i filari di una naturalità sempre presente e non come sfondo delle vicende trattate, ma come luce di accompagnamento del pensiero, attivato per rendere tangibile un repertorio di emozioni, sentimenti e stati d’animo, che sono essi stessi neve che scende lieve sulle forme del vissuto, vento che soffia sulla memoria, sassi che battono sulla cripta di coscienze in continua fibrillazione memoriale.
Ciò è spesso in piena sintonia con un’idea di vera festa della natura in mezzo a creature vegetali e animali che punteggiano l’ambito visivo offerto dalle liriche: “Sii grato delle cose fatte tra i campi felici / sotto il bagliore della furia del sole / che irrompe ancora nel calore del cuore.” La forza ossimorica del verso (“Un uragano di delicatezza”) si attenua nella delicatezza di un invito all’ascolto delle emissioni più misteriose del reale (“Ora tu che passi, siediti sotto un albero di noce chiudi / gli occhi per vedere la voce di una terra”) in un concerto di sinestesie che si rincorrono, si uniscono, si abbracciano e si distaccano dalla semplice contemplazione dell’esistente; questo si manifesta nella capacità di esprimere il suo pensiero sull’onda di una musicalità che adatta perfettamente il ritmo alla sostanza significante della strofa, modulandone il tono in una gamma amplissima di umori, dentro i quali – comunque – predominante sembra essere quello del richiamo nostalgico a un passato che è paradigma per un presente da ricreare secondo nuovi presupposti, in vista di traguardi di pace e serenità, per ora inediti in un mondo contemporaneo squassato dalla furia dell’irrazionalità. Pertanto faccio mio il pensiero di Fabio Finotti, quando afferma che quella di Luigi Natale “è una realtà corposa, capace di sfondare la pagina con la forza della sua spinta.”
Enzo Santese




