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Nella foresta sacra, fuori da spazio e tempo

“Il druido evapo­rato” è un libro strano e misterio­so, la cui lettura subito ci cattura, coi suoi silenzi e le sue reticenze, proiettandoci fin dalle prime righe in una dimensio­ne “altra”. Gioann Pòlli, autore anti­convenzionale, già nella sua prece­dente opera, l’au­tobiografia “Il Re di Pietra” (con prefazione di Alberto Fortis e nota di lettura di Grazia Velvet Capone, Aurea Nox, 2022) aveva dato prova di una vena letteraria originalissima. Giornalista e promotore della cultura celtica anche in ambito musicale, racconta molteplici esperienze nel mondo dello spettacolo e della comunicazione con occhio critico e distaccato. “Il druido evaporato” che fa parte della colla­na Sette Porte di Aurea Nox riguardante opere legate alla crescita personale e allo sviluppo spirituale, inizia, con il ritrovamento, da parte di Gioann Pòlli il 22 giugno 2022, (giorno che segue il Solstizio d’estate) di un manoscritto accompagnato da poche righe, firmate da un certo Gwyddyon Kalenos che gli affida questa sua testimonianza. Le pagine del manoscritto riportano strappi, cancellazioni e amputazio­ni che lasciano spazio al mistero ed offrono un’esca appetitosa all’immaginazione.

Chi è Gwyddyon Kalenos? Si tratta di un sacerdote druido, il cui nome celtico significa “Saggio portatore di chiavi” e naturalmente si tratta di chiavi non ordinarie che aprono porte su altri mondi e dimensioni, facendo dialogare il Visibile con l’Invisibile. Le pagine del mano­scritto inducono il lettore a esplorare un uni­verso affascinante, per lo più sconosciuto e a interrogarsi su chi siano realmente i druidi e se sia possibile incontrarne ancora al giorno d’oggi. Via via che ci si inoltra nella lettura, si è catturati dall’atmosfera enigmatica che spri­gionano le pagine e ci si trova a camminare dentro a una foresta sacra, fuori dal tempo e dallo spazio, in cui le pietre emanano un’ener­gia tellurica potentissima e gli alberi parlano un alfabeto vivente. In questo luogo, sospeso tra sogno e visione, comincia un viaggio ini­ziatico che non si sa dove condurrà l’autore del manoscritto.

Il racconto procede con am­pio respiro, descrivendo l’essenza spirituale dei druidi e di come questi possano celarsi nel mondo ordinario, confondendosi con le perso­ne comuni. Chi si sente chiamato ad esserlo, ha mantenuto una comunione mistica con la natura, ricercando la saggezza e una visione spirituale. Nella prefazione, Elisabetta Taglia­ti sottolinea la forza e l’energia che sprigiona questo libro e di come la foresta sacra in cui si addentra Gwyddyon Kalenos, contenga in sé stessa sia la salvezza che la perdizione. Del resto da sempre la Selva è il luogo della pro­va e percorrerla è metafora del processo co­noscitivo. Ciò che rende la lettura avvincente è proprio l’invito a investigare tra le pieghe del non detto, dove il manoscritto presenta strappi e cancellazioni, perché è lì che è rac­chiuso l’enigma. Nella seconda parte dell’ope­ra, intitolata “Scritti vergati a matita” ci sono interessantissime digressioni, tra cui un ap­profondimento sulla figura eroica della regina celtica Boadicea che oppose strenua resistenza agli invasori romani. Essa viene ricordata da Cassio Dione, da Tacito e da Eutropio. Gio­ann Pòlli ci offre un nuovo sguardo sul mondo celtico, raccontandone storie e tradizioni che ancor oggi non smettono di sedurci.

Lucia Guidorizzi

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