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L’armonia nella verde gentilezza

Quella dell’erba che, morbidamente quanto silenziosamente, si flette ogni volta al passag­gio di chi vi poggi sopra un piede o una zampa è una forma di gentilezza financo eccessiva, ai limiti del masochismo. Ma così è, forse una lezione d’umiltà perlopiù inascoltata. Quelli di Massimo Pomi, giunto alla sua quar­ta raccolta di versi brevi, sono appunto Passi sull’erba (Campanotto Ed.), ma sono anche lievi haiku capaci di raccontare quello che opportunamente Walter Minella in prefazione ha definito “un mondo pluricentrico”, fatto di continui e repentini cambi del punto di os­servazione: “un mondo naturale ricchissimo e variopinto” che, di fatto, genera “una nuova dialettica tra il soggetto e il mondo”. Anzi, di­rei che è la malìa della poesia stessa che fini­sce per catturare l’io non permettendogli più di spadroneggiare, forte della sua logica, sul mondo. Una prima impressione che ne possiamo trarre è di leggere un trattato asistematico di “aper­tura”, disciplina tra le più ardue da coltivare e però, al contempo, tra le più gustose da acco­gliere. La penna si apre al mondo. Ne ascolta le voci. Prova a salvarne traccia con sequenze di versi da 5-7-5 sillabe, come suggeriscono antichi e sapienti maestri giapponesi della pa­rola e del pensiero. Il linguaggio si fa ospitare dalla natura, spesso in essa abbandonandosi senza resistenza alcuna all’incantamento lu­nare, lacustre, primaverile.

Incontriamo così, in perenne controluce, uno sguardo alla stazione che è sunto di tutta una vita; una vecchia castagna nel fango, bacche di corbezzolo, austere querce e volpacchiotti in­torpiditi; veli rossastri, nubi di glicine e sbuf­fi di fumo; tetti che gocciolano e un picchio che lesto si muove tra edere; sbiadite cartoline mai consegnate e barche tintinnanti riunite in greggi nel porto; un cielo cinereo che sfianca il vento e una gazza che evoca un sogno. Me­ritoria l’autosospensione dell’autore che mira tutto ciò: ne percepiamo appena il profilo di lettore quando sussurra: “Poso il mio libro / mi rimane da leggere / l’ultima pagina”. Tutto questo rimanda al rapimento mistico che talvolta – o di frequente? – prende Mas­simo Pomi, divertendosi a fargli dimentica­re almeno per qualche istante dei contenuti delle sue lezioni, dei suoi appunti di studio, delle sue bozze redazionali o, meglio ancora, delle carte bollate del suo ufficio di presiden­za. A tale rapimento mistico, complici tra gli altri Issa, Daigū Ryōkan, Fukuda Chiyo-ni e Bashō, risponde il trono “religioso” che un’u­pupa si è ricavato in un secchio abbandonato in fondo all’orto, ma anche il “golfo mistico” che di una vasca vuota hanno saputo fare rane e rospi. Incanto ed estasi, allora, spingono a ribellarsi, a non accettare neanche la morte di una fo­glia, a opporsi all’insidia che il rigore inverna­le brama di tendere alle minute gemme. Nella piena consapevolezza che “Neppure questo inverno / sarà per sempre”.

C’è in Passi sull’erba, e si sente eccome, un atteggiamento di tenerezza, che è una forma altra (aggiuntiva) di amore, oltre che un pre­potente-eppur-delicato ritorno del (al) tempo d’infanzia. Non a caso l’incipit della raccolta è affidato all’avverbio teneramente e altrettanto non a caso il congedo parla del conforto che dona l’odore del pane caldo che ci accompa­gna e un po’ci coccola. Come direbbe un certo piccolo principe, del resto, l’essenziale è invisi­bile agli occhi; e noi tutti abbiamo un bisogno primario, essenziale appunto, di quell’odore, di quella compagnia, di quella coccola da par­te di un pane caldo, da parte di un piccolo amico (un’allodola o una lucciola, un allocco, un balestruccio o un’apetta) o, anche, da par­te di un oscillante ramoscello di pruno. Né manca mai l’ironia (“Nella cambusa, / tra Orione e il grande abisso, / soffrigge l’aglio”), presenza costante nella produzione poetica di Pomi, che poi è un filosofo dell’educazio­ne, un fenomenologo dell’esperienza religiosa contemporanea nonché un fine interprete di quella che potremmo chiamare, riprendendo il titolo di una sua silloge di tre anni fa, l’armo­nia delle cose. E quando si ha a che fare con l’armonia, se da una parte non può mancare uno certo sguardo “matematico” in profondi­tà, dall’altra si è anche chiamati a fare i conti con una ricerca molto, molto esigente come quella di equilibrio. Ecco, gli haiku che qui leggiamo sono una sorta di “esercizi di equili­brio”: sulla corolla di un fiore, fra le graziose penne di un chiurlo, tra le goccioline dell’in­calzante nebbia, tra le essenze salmastre di un mare che, con la sua nervosa brezza, prima o poi fa sempre capolino.

Giuseppe Moscati

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