HomeLetteraturaCredere e non credere: il disincanto della storia

Credere e non credere: il disincanto della storia

C’è una musa, nel novero delle figlie di Mnemosyne che scrive, poi cancel­la e riscrive, sempre in maniera ripetitiva, am­pollosa, celebrativa solo quello che è utile alla narrazione ufficiale. Si tratta di Clio, musa della Storia, di quella “abomi­nevole Clio”, come la definisce Emil Cioran che la detestava, percependola come la negazione assoluta della morale, cinica megera assetata di sangue, che esige ecatombi. Se consideriamo i cosiddetti “grandi uomini” ricordati dalla Sto­ria come Alessandro Magno, Cesare, Napoleone, Hitler, Stalin e tanti altri che si sono arrogati il ruolo di artefici del destino, in realtà non erano altro che dei grandi macellai dell’umanità. C’è una dea, nel Pantheon greco che decide le sorti con intento inflessibile: il suo nome è Ananke, la Necessità ed esprime la volontà inalterabi­le del Fato. Tutto distrugge e cancella, glorie, onori, vanità, sogni e utopie, rivoluzioni e re­staurazioni. Il padre di Marguerite Yourcenar, scrittrice che così bene ha saputo indagare nella Storia e nelle sue ambiguità con i due roman­zi “Memorie di Adriano” e “Opera al nero”, portava il nome di Ananke tatuato sul braccio. Nicola Chiaromonte (Rapolla, 12 luglio 1905 – Roma, 18 gennaio 1972), intellettuale scomodo e oscurato, col suo saggio Credere e non crede­re (Mondadori 2023) decostruisce e demistifi­ca la Storia, evidenziandone l’essenza corrotta e collusa. La sua libertà di pensiero, unita a una grande lucidità e cultura, è prodotto di una consapevolezza che gli deriva dalla predisposi­zione a coltivare il dubbio in contrapposizione ai dogmi delle narrazioni ufficiali. Chiaromon­te riesce con grande intelligenza e autonomia di pensiero a indagarne l’essenza contraddittoria, rivelando, attraverso l’analisi di opere di gran­de letteratura, l’aspetto incongruo di ogni ideo­logia, dimostrando che le riflessioni più impor­tanti sulla storia si trovano nei romanzi e non nei trattati. Il suo pregio è di dissacrare la sto­ria attraverso l’analisi di vicende romanzesche. Antifascista convinto, combattente repubblica­no nella guerra civile spagnola, propugnatore del socialismo libertario, espatriò a Parigi e a New York. Quando tornò in Italia si sentì esule in patria perché non accettò i compromessi di una cultura assoggettata ai partiti politici. Die­tro la sua scrittura c’è un’esperienza autentica e vissuta sul campo: in “Credere e non credere” sfata tutti i miti e gli “ismi” del Novecento e le ideologie che ne derivano. Il cosiddetto “seco­lo breve” in realtà si è rivelato molto lungo, al punto di non essere mai finito. Stiamo ancor oggi facendo le spese delle ideologie novecente­sche di cui Chiaromonte rivela l’illusorietà, in quanto continuano a generare forme di pensie­ro segnate da dualismi e contrapposizioni. Non siamo riusciti a smantellare i vecchi apparati e siamo intrappolati in una condizione che più non ci corrisponde. In questo saggio spiccano la profonda onestà intellettuale dell’autore che coltiva l’estetica del dubbio e l’acume con cui analizza le congiunture storiche, demistifican­done ogni aspetto retorico e celebrativo. La sto­ria è una maestra distratta e al tempo stesso intransigente, che dimentica il nome dei suoi alunni, pur pretendendo moltissimo da loro. Chiaromonte, al pari di Amleto, è un eroe del Dubbio e per questo della Modernità, non c’è fede o ideologia che tenga, l’entropia è inevita­bile e inarrestabile. Del resto, come egli stesso afferma, la nostra è un’epoca di malafede.

Lucia Guidorizzi

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