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Nelle strettoie della bellezza

C’è una riflessione di María Zambrano che tutto può tranne che lasciare indifferenti: “La violenza vuole, mentre la meraviglia non vuo­le nulla. A questa è perfettamente estraneo il volere; le è estraneo e perfino nemico tut­to quanto non persegue il suo inestinguibile stupore estatico” (tratto da Pensiero e poesia nella vita spagnola apparso nel 1939). Mi interessa molto questa assenza di volontà, che poi in ultima analisi è una forma di libertà o forse anche di liberazione: siamo così legit­timati a sentirci “liberi” – trattando del bel­lo – nel rapportarci a un’opera d’arte, a una sinfonia, a un romanzo che oltrepassa i confini spazio-temporali all’interno dei quali è nato.

Assodato questo, però, credo opportuno ragio­nare assieme su un fatto. Se la bellezza è tale, strettamente imparentata con la meraviglia, la fascinazione, l’estasi e l’inedito, chi anche solo la contempla non può godere di un acces­so facilitato, pena l’appiattimento – o addirit­tura la banalizzazione – di tutto. Motivo per cui possiamo provare a intravedere delle vere e proprie ‘strettoie’ attraverso le quali giun­gere alla bellezza e fare pertanto esperienza di quello che la grande intellettuale e saggi­sta spagnola definisce l’“inestinguibile stupore estatico”.

Ecco allora la cruna dell’ago: non tutto vi passa attraverso, essa è un potentissimo fil­tro, come indirettamente ci suggerisce l’ulti­ma silloge poetica di Daniele Piccini, edita da Crocetti. Sono ottantasei le liriche che, sospese tra frammento e visione, compongono il suo Per la cruna, prova matura di chi – docente di Filologia della letteratura italiana – alle spalle ha già ben cinque raccolte di versi in una sto­ria ventennale di scrittura poetica, ma anche numerose collaborazioni in qualità di critico letterario con riviste specializzate e anche di divulgazione.

Sono non pochi, allora, i fili intrecciati tra il verso e la parola di studio, tra la percezione del bello e la riflessione estetica, tra l’idea della bellezza quale “splendore dell’inizio” e “sapore di frutto / inconsumato” e una rilet­tura di Luzi. Qui il notturno si prende tutta la scena dell’incipit come pure dell’explicit. Ora dilatando lo spazio e scombinando ogni vano tentativo di geometrizzarlo, ora abbattendo i confini (della ragione?) e facendoci vedere le luci delle camere al pari di stelle calate nel cuore della più remota delle città. E anche alla fine, appunto, ci imbatteremo in una “notte perfetta, riparata / dalla curva di stelle come punti”, poco prima di scorgere le dure gemme dell’inverno.

Procedendo, comunque, incontriamo lumino­si lampi e tremolanti voci; una campagna che brilla e una primigenia acqua che disseta ogni essere, ma anche un suono che ci conforta nel­la ricerca di senso e la gemma purpurea di un fuoco antico, complici “un’ombra appena fio­ca della sera” e “l’eterno / canto di permanen­za” di uccelli amici.

Un temporale c’è, eccome, ma dischiude un sempre rinnovato chiarore in virtù di qualcosa di prezioso che scopriamo più avanti, vale a dire quel “dolce soffio della primavera” (pri­mavera altrove persa) che si confonde con la “malinconia per gli amati lontani” e il “blu oltremare della nostalgia”. Incontriamo, ancora, anche una bellezza in­visibile come quella umanissima dei migranti privi di tutto; una bellezza che fa da legaccio tra l’attesa e l’eternità; e una bellezza di pianto materno, che tutti i figli abbraccia senza sosta. Non manca Montale, che fa capolino quando Piccini lo evoca per mescolare al suo girasole impazzito di luce i propri girasoli, che, “fiam­me brevissime”, sono “disposti e fraterni”, amanti della luce a tal punto da farsi pronti persino a dipingere la morte. Se non è questa una strettoia di bellezza…

Giuseppe Moscati

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