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Insieme faremo / di nuovo libertà

Non è facile, quando si è figli d’arte, conqui­starsi una propria autonomia creativa. Eppure si deve, se non si vuole essere ridotti per sem­pre a ‘figli di’. Nel caso di Walter Cremonte, c’è da dire che il padre Lelio (1915-2003) è stato un poeta, saggista, germanista e traduttore della provin­cia di Alessandria troppo poco noto per quel­la che è stata la sua opera. L’ultima raccolta poetica del figlio Walter – classe 1947, nato a Novi Ligure e perugino d’adozione – si intito­la Diversamente (Marcos y Marcos), riprende le mosse dal lontano 1978 e credo costituisca una bella occasione per entrare nella sua este­tica.

Compagni di viaggio sono, qui, Dante e Le­opardi, Caproni e Penna (quanto è calmo il mare…), Palazzeschi e Montale, Fortini e Kafka, ma anche Bertolt Brecht e Primo Levi, Alice Munro e Leonard Cohen, Fabrizio De André e Paolo Conte; mentre tra quelli che Cremonte sceglie come i suoi ‘interlocutori’ incontriamo Orazio e Lucrezio, Virgilio e Ca­tullo, Marziale e Fedro. L’autore, muovendo dalla persuasione che la primavera risieda “nelle pieghe dell’inverno” (gli fa eco Mariano Borgognoni con il suo Le primavere nascono d’inverno, Cittadella Ed., 2016), affida molto di sé e della ‘rappresen­tazione’ del proprio vissuto al verso. Che di volta in volta s’intrufola tra le onde del mare come tra bei funghi e miti castagne, doni del bosco, che ha il suo segreto; poi tra l’adora­bile piantina e la tenace erbetta che spunta fuori dai buchi dei muri. Ancora, tra i grilli salterini per la testa e i raggi di sole del cortile dell’infanzia; tra il giallo dei lampioni, quello dei limoni e quello delle stelle. A proposito di stelle, ce n’è in particolare una che brilla di una luce tutta speciale tra queste pagine: con lei il poeta ha un rapporto di reci­proco affetto, rinforzato ogni volta che egli si trova a chiudere l’ultima finestra.

La poesia di Walter Cremonte, scrive opportu­namente Fabio Pusterla nella sua bella ed es­senziale prefazione, è ricca di ironia e autoiro­nia ed è “a prima vista tersa e accogliente, mai oscura; né l’autore si compiace di citazioni o allusioni colte; eppure la sua è una scrittura coltissima e cosciente, che nasce da lunghe let­ture” e la parola poetica così “arte dal basso di ciò che è umanamente esperito e però non dimentica l’altro da sé e soprattutto l’altro più inerme, più deprivato e ammutolito, cui tenta di dare, senza arroganza, un po’ di voce”.

Quello che Walter Cremonte desidera, in fon­do, è di poter assaporare un sogno del giorno, da sveglio; poter vedere un bambino profugo farcela; poter ascoltare un suono lontano di campane; poter ritrovare quell’ulivo sacro con le foglie meno mosse dal vento rispetto agli altri. E non da ultimo poter rivedere la luna nonostante “i cumuli dell’immondizia”. Ma tutto questo, in realtà, egli non lo pensa solo per se stesso: è solo insieme che è possibile la salvezza dell’umanità e infatti proprio “insie­me faremo / di nuovo libertà”. In questa silloge non manca una forte pie­tas, che ci sollecita a riflettere sul tormento dell’anguilla, sui maltrattamenti dell’anima, sul tremore degli agnellini stipati nei “camion della pasqua”. Essa, tuttavia, è accompagnata da un’intima, invincibile speranza: «Ce la fac­ciamo amore / il cielo è così azzurro».

Giuseppe Moscati

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