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Il miele vivente della parola

Ci sono libri di poesie che nel leggerli, via via che ci inoltriamo nelle loro pagine, ci fanno provare gratitudine e riconoscenza per la sottigliezza e delica­tezza con cui si dispie­ga la trama dei versi, per la bellezza e l’e­leganza delle parole, per l’innata capacità di far dialogare insieme filosofia e poesia, mito e mondo contemporaneo. La visione che ne promana è un invito prezioso ad esplorare pa­esaggi dell’anima, ad ascoltare l’inascoltato, a riconoscere e celebrare il mistero del vivere.

Il poema da viaggio La lingua del sorriso (Pro­metheus, 2020) di Gabriella Cinti ci proietta in questa dimensione interiore, parlandoci di soglie, confini, attraversamenti, intense fre­quentazioni con l’invisibile. Ci cattura con la sua audacia simbolica nel gettare un ponte tra antichità e presente, tra materiale e spirituale, dimostrando che tutto ciò che ci accade ap­partiene alla complessità del molteplice. Non è un caso che Gabriella Cinti, in arte Mystis, ab­bia scelto di consacrare la parola dandole vita, interpretandola per creare mondi ineffabili, temprandola soprattutto attraverso l’esercizio del silenzio. Questo è il linguaggio della misti­ca, e in greco il termine mýstēs (μύστης) deriva infatti da mýo (μύω, “celare”), legato all’atto compiuto dai partecipanti ai Misteri di Eleusi di chiudere gli occhi e le labbra. La mistica, pertanto, avvia alla contemplazione dell’Asso­luto, attraverso la pratica del silenzio. Ma è appunto da questo che scaturisce l’immagine vivente della parola, la breccia luminosa che conduce nei territori della poesia, invitando a spiccare quel salto che introduce ad altre di­mensioni e ad altri livelli di consapevolezza. Nella ricca e articolata prefazione al libro, Francesco Solitario, già professore di Estetica e Filosofia dell’Arte Contemporanea all’Uni­versità di Siena e autore di innumerevoli saggi e ricerche legate alla metafisica e al dialogo tra Oriente e Occidente, sottolinea come le pa­role adoperate da Gabriella Cinti nella silloge siano “parole di luce” e di come questa luce permei costantemente la sua visione in un po­iein poetico che si avvicina a un’operazione magica, a un incantesimo operativo. Questa è l’essenza stessa della poesia autentica: creare la realtà, permettere al verbo di farsi carne.

Il Visibile esercita la sua funzione per con­durci alla conoscenza dell’Invisibile e lo fa at­traverso il medium del linguaggio, in quanto poesia è magia che avvia alla conoscenza sa­cra. L’opera di Gabriella Cinti ruota intorno al topos della Luce e conseguentemente a quello dell’Ombra, sua imprescindibile compagna, ma tra le innumerevoli suggestioni e riflessioni che offre, compare un altro tema che le è parti­colarmente caro e perciò ricorrente: quello del Miele che agglutina su di sé una ricchissima complessità simbolica. Questa sostanza, come spiega l’Autrice, contiene una vitalità magica, in quanto nettare divino e al tempo stesso as­surge a simbolo della morte e dell’Oltretomba. La sua valenza profetica e mistico-iniziatica, celebrata nei testi biblici, dai filosofi greci e dagli gnostici, assume il valore di Sapienza Divina, configurandosi come viatico d’eterni­tà. L’autrice attribuisce perciò al Miele qualità di Vita e di Morte, come nei versi di Cristina Campo, poetessa che le è affine per eleganza e sensibilità: “Buio miele che odori/dentro dia­fani vasi/sotto mille e seicento anni di lava / ti riconoscerò dall’immortale/silenzio.” In que­sto libro Silenzio e Parola, Presenza e Assen­za si integrano in una perfetta enantiodromia (dialettica degli opposti), capace di generare il perfetto equilibrio della Poesia.

Lucia Guidorizzi

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