HomeLetteratura“Discanto” di acqua, respiri e passi sparsi

“Discanto” di acqua, respiri e passi sparsi

L’ultima, intensa e magnetica, silloge poetica di Francesco Sassetto, “Discanto” (edizioni Arcipela­go Itaca), s’ispira nel titolo all’omoni­ma canzone di Ivano Fossati il cui testo in un certo senso ne contiene il manife­sto programmatico. “Discanto” è anche un termine ascrivibile alla polifonia medievale consistente nell’aggiunta di una voce in moto contrario rispetto alle al­tre e alla sua collocazione al di sopra del can­to dato, configurandosi perciò in una sorta di canto e controcanto. Conosciamo e amiamo da tempo la poesia dell’autore, sempre sospe­sa tra il dialetto veneziano, la lingua delle sue radici e l’italiano, oscillante tra spietatezza di sguardo e pietas straniante, tra disincanto e intermittenze del cuore, sospesa in un andiri­vieni tra assenza e presenza, ma questa raccol­ta ci porta in territori ulteriori, luoghi dove la stanchezza del vivere si scontra con la fragilità dell’umano, dove la precarietà dell’esistenza s’interroga sul mistero che permea ogni vita.

Francesco Sassetto è spesso definito un poeta civile dal momento che affronta temi di carat­tere sociale, ma in realtà il suo indagare nelle pieghe della realtà trascende da ogni definizio­ne di genere che potrebbe apparire riduttiva. Il suo percorso poetico è in certo qual modo influenzato dai suoi studi in filologia dantesca, che gli permettono di creare il grande affresco di un’umanità dolente e amorfa, svuotata di ogni valore e di ogni certezza, che ha perduto il senso del suo andare. Il suo sguardo si fa specchio della condizione umana accoglien­do e raccontando le dissonanze del vivere. La raccolta si articola in tre sezioni, “Discanto”, “La conta dei giorni” e “Con nome di don­na”. È difficile riuscire a parlare del presente, raccontare il Veneto e l’Italia dei nostri gior­ni, abbrutiti da un’inerzia e da un’indifferen­za che assurgono a paradigmi di una banalità che è la base su cui prospera la quotidiana fe­rocia: Francesco Sassetto è maestro nel rac­contare queste tonalità infere dell’esistenza e lo fa in modo intimo e sommesso, per lo più nella sua lingua materna, il dialetto venezia­no.

La lingua dialettale è un sogno che fluttua nella memoria ed è in grado di cogliere le sfu­mature del nostro tempo e di trovare le “pa­role per dirlo”. La seconda sezione si snoda su temi di carattere individuale in una sorta di soliloquio interiore, evocando una dimen­sione nostalgica permeata da una soffusa ma­linconia. La malinconia di Sassetto si declina in una forma d’amore che anela a un dialogo impossibile con un femminile sempre lonta­no e assente che forse è il fantasma stesso di Venezia, la città in cui abita. In un incalzare dell’oscurità, figure un tempo familiari per­dono contorni e si allontanano fino a sfumare nel nulla. La terza e ultima sezione propone una serie di figure di donna, di cui racconta drammi, illusioni, riscatti e speranze disatte­se. Il poeta, con grande sensibilità ed empatia, percorre l’esistenza, i segreti, le aspettative di ognuna. Sono ritratti di donne italiane e stra­niere che fronteggiano la vita con coraggio e fragilità, cercando una stabilità e una serenità inafferrabili. Come tutta la poesia autentica, questa silloge si presenta profondamente co­esa, fondata su un nucleo immaginativo ricco di timbri e di tonalità emotive inconfondibili, capace di raccontare la cifra plumbea della contemporaneità. L’Italia corrotta degli ulti­mi decenni, il Veneto acquiescente e accon­discendente, la Venezia prostituita al turismo e snaturata dai B&B compaiono nelle pagine di “Discanto” e divengono l’occasione per un viaggio nei territori interiori della solitudine e dello spaesamento.

Lucia Guidorizzi

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