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Un’avventura in musica e poesia

Alberto D’Amico, Monica Giori e Antonella Barina

Alberto D’Amico, Monica Giori e Antonella Barina

Monica Giori canta le mie poesie in modo che mi spinge a scriverne ancora: ha una voce pro­fonda, suggestiva, magica, ma a volte disincan­tata, amara, che rende perfettamente il senso di quello che scrivo. Abbiamo in comune l’es­sere soddisfatte di noi stesse, ma con diverse amarezze alle spalle.

Collaboriamo dal 2013, quando ci siamo conosciute ad una delle prime edizioni di 100 Thousand Poets for Change a Mira, in Riviera del Brenta. Avevo letto le mie “Sette Canzoni per l’Anguana”, gli spiriti fem­minili delle acque, scritte in vista dell’incontro di sciamane promosso da Devana, l’ideatrice de “La Scuola delle Donne”, un’altra collaborazio­ne che mi è cara. Monica aveva cantato il suo repertorio veneziano tradizionale e le canzoni di Alberto D’Amico, il cantautore con cui ha ini­ziato a cantare all’inizio degli anni ‘90’. La cosa buffa è che di quell’incontro abbiamo due ri­cordi completamente diversi. Mi ero avvicinata un po’ timorosa, un po’ vergognina nel propor­re miei testi ad una sconosciuta, quindi ricordo di averle detto: “Se hai tempo… in caso … se puoi darci un’occhiata ecc.”. Lei invece ricorda che le ho detto solo: “Tieni, musicale”. Il fatto

che appena composte le “Sette Canzoni” hanno inaugurato il Cerchio planetario delle donne in Valganna, poi appena avute in mano le hanno lette in due performance diverse Alice Di Lau­ro e Silvia Parma. Sono in rima senaria, che è il verso magico, e mi sono uscite dopo che per tutta la giornata mi girava in testa il ritornel­lo “Eteree muse / mi girano attorno / e forse è notte / e forse è giorno”.

Di sera ho detto ad alta voce: “Eteree muse, se avete qualcosa da dire, ditelo!” e sono uscite tutte sette di fila in rima, non modificabili. Monica le ha musicate nel giro di un mese, a cominciare da “Eteree Muse”, una sorta di ninna nanna. Ma per “Anguana” ha usato un blues, mentre “La serpe” è diven­tata una ballata, “Arcobaleno” è una samba e così via. Come cantante ha cominciato con D’A­mico e con lui è stata sul palco con personaggi simbolo della musica popolare come Giovanna Marini, Luisa Ronchini, Gualtiero Bertelli, Ivan della Mea, per cui è versatile, capisce al volo che musica ci vuole. Sulle Anguane abbiamo costruito uno spettacolo usando il testo di una mia ricerca che non ho mai finito, perché la par­te più interessante non è letteraria; è questo tipo di cose che succedono quando te ne occupi. Sic­come non avevamo un posto dove provare, ho iscritto tutti noi – con i musicisti e Alice, filosofa funambola – come artisti di strada e abbiamo portato lo spettacolo a cappello nei campi di Ve­nezia e per boschi, parchi e forti, anche in mon­tagna, fino al borgo di Bellotti dove si arriva solo a piedi. La prima volta su un palco assie­me è stato al “Candiani” di Mestre nell’ambito di “Poesia in città” organizzato da Alessandro Scarsella, docente di letterature comparate, da lì al “Future Center” in diverse repliche per il Carnevale di Venezia. Alberto D’Amico, che era siciliano e veneziano, come me, ad un cer­to punto se n’è andato da Venezia, è andato a Santiago di Cuba. Venezia è un po’ stretta, se non chiedi il permesso a qualcuno per ogni cosa nuova che fai. La nostra collaborazione è prose­guita con altre poesie e canzoni, tra queste forse la più bella, fortemente cadenzata, è “Il Respiro della Terra” che ha ispirato l’omonima mani­festazione del 2015 sui cambiamenti climatici ai quali abbiamo dedicato anche “Notte alba giorno sera”, dove è la Terra che parla. Altre ri­guardano la condizione della donna: “Ciascuna di noi”, “Dante e Beatrice”, “Quelle come noi”, ecc.

Alcune sono estemporanee, come “Arlechin e Pulcinela” sulle avventure delle due maschere in tempo di pandemia. Con il Coro degli Imper­fetti che dirige hanno fatto “Il Grande Cambia­mento”. Anche altri mi hanno musicato poesie, ma solo lei riesce a interpretare la Terra. Non è solo perché ha lavorato anche come attrice (ha frequentato la scuola di teatro del Ctr e labora­tori di commedia dell’arte diretti da Carlo Boso, collaborato con compagnie teatrali). È perché è essenzialmente libera come me. Ha musicato anche “Ruzzante amore mio”, regia di Gabriele Ferrarese. Poi ha creato con il Trio Emi(n)canto con cui fa concerti e ha registrato “Giro D’Ac­qua”, un cd di canzoni di Alberto e mie. Non usiamo diritti di autore: io uso le canzoni, lei le poesie. Collaboriamo anche con altri. Siamo differentemente selvatiche. Ma la vedrei bene a Sanremo, tubino nero e filo di perle. Una volta sola, però, se no si sciupa l’anima. Alla “Pala­bra en el Mundo” di Mestre abbiamo festeggia­to i dieci anni di collaborazione con “Deposito bagagli”. Parla di una che parte e porta con sé solo la poesia.

Antonella Barina

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