HomeLetteraturaL’autobiografia come esercizio di conoscenza di sè

L’autobiografia come esercizio di conoscenza di sè

Dopo le opere pre­cedenti, veri flutti di poesia fresca nella sua essenza e limpi­da nelle sue motiva­zioni sorgive, ecco un’opera inattesa se si considera il ca­rattere dell’autrice, riservato quel tanto che basterebbe per escludere la pos­sibilità di una tale impresa.

Lucia Guidorizzi propone al lettore un viaggio dentro quel territorio privato, che è l’autobiografia, con il passo felpato di chi sa che la capacità di indicare una fisionomia cre­dibile del proprio passato è azione che si muove da un pungolo abbastanza nuovo, quello di co­optare chi legge lungo un itinerario che conosce e affronta le tante tipologie di “terreno esisten­ziale”, in cui i tratti accidentati e quelli lineari e facili si alternano e, anzi, ciò che viene percorso con agile andare è solitamente il preludio a un allentamento, quando non un arretramento, rispetto a una linea progettuale iscritta nella mente dell’autrice.

Fatto sta che per le prege­voli edizioni “Aurea Nox” e per la cura di Gra­zia Velvet Capone, sono appena usciti Bagliori sul sentiero, con la prefazione di Silvia Fava­retto. È un modo per rivisitare ricordi e progetti disseminati nel percorso di vita; qui lo sguardo retrospettivo impegna l’io narrante sovrappo­sto perfettamente al protagonista in modo che il racconto diventa una modularità di scansioni distribuite nel tempo della fanciullezza, dell’a­dolescenza e dell’età adulta, con il fare tipico di chi, senza eccessivo sforzo si distanzia dalle vicende per poterle meglio focalizzare nei loro impulsi sorgivi e nella logica della sequenza. Dai giochi di Lucia bambina, rivissuti con viva e rinnovata partecipazione emotiva, al disegno puntuale di ambienti frequentati con umore al­talenante (il collegio di suore con il chiaroscuro dei suoi effetti), fino alle più complesse relazio­ni con il mondo esterno, con le persone, con le cose, il pensiero di Lucia Guidorizzi si fa ener­gia propulsiva per un andamento che assume tono da romanzo unitario, pur nella inevitabile frammentazione delle note che si inanellano nello sviluppo del vissuto.

Più che un impegno letterario, per l’autrice è stata un’occasione preziosa per mettere in fila cronologica i suoi stati d’animo, i soprassalti emotivi e nervosi, le reazioni agli stimoli, agli influssi, alle sug­gestioni dell’ambiente, dove il colloquio stret­to con la natura è sempre stato sul piano della solitudine silenziosa di un bosco, in cui è an­data a cercare parti di sé rimaste a lungo silen­ti. L’indagine si fonda spesso sui segnali talora impercettibili che le creature del mondo sanno emettere quando avvertono con le persone una “corrispondenza d’amorosi sensi”.

Il prelievo memoriale rimanda a una serie di contatti e approfondimenti con il pensiero di autori che sono entrati nel repertorio di sen­sibilità culturale della scrittrice; così avviene per la poesia Spleen di Charles Baudelaire e la scomparsa delle lucciole di Pier Paolo Pasoli­ni, che ne parla in un intervento sul “Corriere della Sera” il 1° febbraio 1975. I bagliori met­tono in luce lo sviluppo di un gusto musicale che si muove tra le polarità di Claudio Rocchi e Franco Battiato. Nell’opera si precisa la voglia di dialogare con l’ombra partendo dalle sug­gestioni di Carl Gustav Jung per arrivare alla considerazione che si tratta della “rappresenta­zione di ciò che non vogliamo accettare di noi stessi e finiamo per proiettare sull’Altro, che diviene così specchio delle nostre paure e delle nostre angosce.”

L’autobiografia si snoda contrariamente a quanto il genere ci presenta di solito non in una sequenza di dati episodici, ma in un corol­lario di momenti di valore letterario e filosofico che vanno da Margherite Yourcenar a Rainer Maria Rilke. Il tutto è calato nella fisicità dei luoghi visitati e registrati nella coscienza, dove è possibile “auscultare” il respiro della natura che si quantifica nei profumi dei fiori, nei sus­surri del vento, nei colori di un mondo vegetale che “parla e ascolta” e, paradossalmente, an­cor più in quello che si colloca sul crinale tra sensibile e impercettibile, tra visibile e invisi­bile.

Questo genera l’attesa di un’epifania che non avviene, collocando l’orizzonte dell’acca­dimento sempre più lontano. Pertanto ha una sua centralità la direzione verso l’Atlantico dove il Cammino di Compostela, più volte af­frontato e vissuto dalla scrittrice, contribuisce in maniera sostanziale a “entrare profonda­mente in consonanza con lo spirito dei luoghi.” La struttura dell’opera disegna una geografia dell’anima, quella che segna i punti di con­giunzione tra il genius loci e Lucia Guidorizzi, protesa sempre a percorrere quel territorio agli antipodi dell’ovvio e dello scontato, che fa sen­tire a chi ha le capacità per intercettarlo i re­spiri della realtà, anche quella meno evidente, perché l’attenzione più calda è dedicata a quel punto di incontro tra dicibile e indicibile, tra il concreto dei sensi e l’astratto di una sensibili­tà in ascolto continuo delle sollecitazioni anche più misteriose.

Così nella lettura si colgono quei bagliori che producono la magia di rischiarare anche i momenti bui dell’esistenza. La poesia Sentieri appartati è indicativa in proposito: Costeggiando vigneti d’oro brunito / meditan­do in silenzio / Lontano dalle umane contese / Percorro solitudini che ristorano. Questo viag­gio a ritroso nel suo passato ha momenti in cui risuona forte il battito di un tempo, che lascia nell’animo dell’autrice un colore acceso ogni volta di nuovi toni e sorprendenti sfumature, mentre nella coscienza di chi legge può essere forte la sensazione di avere attimi di assonanza con quel percorso.

Enzo Santese

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