Home Arte La Biennale di Venezia e il sogno di una realtà diversa

La Biennale di Venezia e il sogno di una realtà diversa

In questo tempo è marcata la spinta a uscire dalla realtà per trovare abbozzi di risoluzioni e antidoti efficaci in un “altrove”; il credo sur­realista può essere un buon viatico per mettere in sordina i colpi della sorte e ipristinare il carico di energie utili allo scatto verso la ri­nascita. A ciò potrebbe aver pensato Cecilia Alemani, curatrice della XLVI Biennale di Ve­nezia, intitolata Il latte dei sogni, idea mutua­ta dalla scrittrice e artista Leonora Carrington (1917-2011) che con il libro di favole omo­nimo accompagna i lettori in un’oasi di luce e relibatezze, da dove è possibile registrare i sussulti metamorfici dell’esistente e dar cor­po alle illusioni più visionarie.

ILIT AZOULAY, Queendom, tecnica mista, 2022

Come in ogni edizione, la rassegna veneziana poggia su una logica espositiva ternaria, distribuendo le pre­senze nelle due sedi tradizionali dei Giardini e dell’Arsenale e in molti punti dei vari sestieri numerose proposte artistiche interessanti che, in tal modo, rendono la mostra non un cor­po a latere della città, ma un poliedrico cuore, pulsante di decine di novità nell’ambito della pittura, della scultura, dell’installazione, del video e della fotografia.

Dopo la flessione degli scorsi anni (quelli precedenti alla sospensio­ne pandemica, l’incontro di fotografia e cine­ma trova nel video un’applicazione piuttosto diffusa e con risultati spesso apprezzabili. La parte centrale dei Giardini, quella sotto la guida diretta dell’Alemani, è in piena sinto­nia col carattere dell’opera da cui la Bienna­le deriva il titolo: una ventata surrealista su spazi dove la celebrazione del femminile, oltre all’affermazione di genere, è rilievo di grande qualità. I numeri sono estremamente indica­tivi in proposito: dei 213 artisti presenti, pro­venienti da 58 nazioni, ben 180 partecipano per la prima volta. È un vasto coro di voci so­prattutto femminili che danno il tono a questa edizione caratterizzata da un titolo a prima vista stravagante.

La cruda attualità piomba comunque di pre­potenza sulla rassegna lagunare, con la chiu­sura del padiglione russo, deciso dai curatori e dagli artisti già prima di eventuali provve­dimenti restrittivi europei. L’Ucraina inve­ce ha un’accoglienza di privilegio con opere che riportano il visitatore nell’atmosfera di quanto la guerra sta provocando in quel paese con le distruzioni di paesaggi, cose e persone ad opera dell’armata russa. In diversi luoghi espositivi c’è il segno di una volontà di colpi­re la fantasia del visitatore con una quota di provocazione, che a volte esce dalla dinamica dell’artisticità ed entra in quella del tabellone scenografico e talora pubblicitario.

A comin­ciare dalla grande sala centrale, quella pro­gettata e diretta in prima persona dalla Ale­mani, dove campeggia il calco di un grande elefante posto su un piedistallo incombente. L’autrice Katharina Fritsch (Essen, Germa­nia, 1956) in questa edizione premiata con il Leone d’oro alla carriera assieme alla cilena Cecilia Vicuña, ha abituato il pubblico alle sue sculture di dimensioni abnormi che ricalcano fedelmente l’anatomia dei soggetti, proiettan­doli poi in una direzione onirica e fantastica con colori dalle tonalità accese; questo pa­chiderma ha un colore spiazzante, un verde più adatto a un vegetale che a un animale. Cecilia Vicuña (Santiago del Cile, 1948), performance e la poesia, si concentra su un lavoro di tessitura capace di un forte rimando metaforico sul tema della connessione, della funzione simbolica del linguaggio, in un con­testo geografico e antropologico, frequentato direttamente per diverso tempo, in cui i tes­suti rivestono una forte rilevanza simbolica. Non può mancare qualche proposta bizzarra che risponde all’esigenza degli autori di farsi notare a tutti i costi in mezzo al cumulo di richiami che l’evento contiene.

Tra questi c’è sicuramente l’opera della danese Sidsel Mei­neche Hansen (Ry, Danimarca, 1981) che nel suo video Maintenance, realizzato assieme a Therese Henningsen ci fa entrare in una casa di piacere tedesca dove una bambola in silico­ne viene preparata in maniera da rispondere alle attese erotiche dei clienti. In ossequio al titolo di derivazione surrealista c’è sicuramen­te il predominio di creazioni pensate per sotto­lineare il problema di affioramenti psicologici difficili, dovuti ad ansie ossessive e profondi disagi, molte volte risolti con viaggi onirici in realtà “altre”, dove l’impalpabilità del sogno e la potenza immaginifica rendono più solleci­tante la piattezza del quotidiano.

KATHARINA FRITSCH, Elefant/Elephant, calco in poliestere verde, 1987

In aggiunta agli artisti della rassegna di Ceci­lia Alemani ci sono quelli inseriti nei Padiglio­ni nazionali, che hanno un’autonomia, in certi casi totale. Alcuni per vari motivi meritano una cita­zione; tra questi c’è sicuramente l’Australia rappresentata da Marco Fusinato, di origine italiana, (Melbourne, 1965) uno degli artisti più noti del suo paese che è presente anche fisicamente nel padiglione australiano, dove esibisce quotidianamente se stesso in Desa­stres, una performance con chitarra elettrica, dalla quale fa scaturire segnali in un continuo crescendo di suoni e baluginio di immagini e, quindi, il pubblico ha una sua centralità nell’opera giocata sulla frizione di opposti, ru­more/silenzio, ordine/caos, purezza/contagio. Anche l’Austria, con Jakob Knebl e Ashley Hans Scheirl, si affida alla performance dove confluiscono le tensioni creative di design e moda in un’idea di sessualità tutta particolare, che permea di sé gli “spazi del desiderio”: qui il visitatore è invitato esplicitamente a lasciare fuori dalla zona dell’evento ogni pensiero sia rappreso nella convenzione.

Il Leone d’oro è andato a Simone Leigh, afro­americana nata a Chicago nel 1967. La sua denuncia è fatta sottovoce, senza minima­mente affidare il suo pensiero alla retorica delle grida. L’opera dispone una teoria di idoli di bronzo, acciaio e grès che attira lo sguar­do dell’osservatore sulla diaspora africana nel corso della storia. C’è un legame sottile, ma non casuale che lega questa presenza ai contenuti del Padiglione della Gran Bretagna, a cui è andato il Leone d’oro per la migliore struttura nazionale ai Giardini. E il continente africano ha il suo riverbero su Sonia Boyce, artista britannica di origine afro-caraibica, classe 1962, che ha proposto un’installazione multimediale con video, musiche, carte da pa­rati e oggetti scultorei.

Il padiglione di Israele scardina poi la logica del già acquisito, a cominciare dalla colloca­zione dello spazio espositivo, orientandolo da occidente a oriente mettendo in discussione l’attuale centralità dell’Europa e spostandola verso il Medio Oriente in un’opera, Queendom, dove una combinazione di fotografia, elementi architettonici, suoni, video e performance consentono all’artista Ilit Azoulay (Tel Aviv, 1972) che vive e lavora a Berlino, di afferma­re la decisa presa di coscienza delle potenziali­tà del femminile nel suo paese d’origine.

L’Italia nel padiglione situato nell’Arsenale alle Tese e al Giardino delle Vergini, è rap­presentata da un unico artista, Gian Maria Tosatti (Napoli, 1975), autore della spetta­colare installazione multimediale Storia del­la notte e Destino delle Comete che accom­pagna il visitatore in un viaggio iniziatico dalla considerazione degli errori passati alla ipotetica realizzabilità futura dei sogni, at­traverso il racconto del difficile equilibrio tra uomo e natura. Impegna in questo interven­to una suggestiva combinazione di media di­versi, dai riferimenti letterari alle arti visive, dal teatro alla musica e alla performance. La città di Venezia è punteggiata poi da eventi in moltissimi suoi palazzi storici e sedi presti­giose, dove sono ospitate rassegne sia di Stati nazionali sia di istituzioni culturali.

Enzo Santese

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