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L’arte e il teatro nell’opera di Leopardi

LORELLA FERMO, Leopardi a Trieste, cm 21 x 29, tecnica mista su carta, 2017

In questo periodo tormentato dall’incertezza sulla realizzabilità degli eventi, ha il sapore di un auspicio per la serenità dei prossimi mesi pensare a un incontro di poeti programmato per martedì 14 giugno a Trieste – in sede da stabilire anche in rapporto alla situazione sanitaria di allora – per la ricorrenza dell’anniversario della morte di Giacomo Leopardi (14 giugno 1937). All’incontro, promosso dal Gruppo Culturale “Aeì mèlos / Sempre musica”, verranno invitati alcuni poeti che con studi e interventi si sono interessati all’opera dell’autore e canatese. Lo Zibaldone è un voluminoso quaderno di appunti sparsi dove guizzi di riflessione, note di approfondimento, aperture di orizzonte improvvise su temi anche incongruenti fra loro, mostrano la tensione speculativa di Leopardi, portato per indole intellettuale ad affrontare i temi più diversi, dalla scienza astronomica alla storia antica e moderna, dalla psicologia intesa in senso lato alla filosofia, dalla filologia alla linguistica, con frequenti indugi sulla materia e sullo spirito, sulla dicotomia tra finito e infinito, sulla morale e sulle lingue.

Il riflesso dei molteplici interessi dell’autore si sviluppa lungo una linea zigzagante nello spazio del pensiero, ma continua e retta sul piano cronologico, segnato di volta in volta, dopo il 1820 – quando l’opera conta già su un centinaio di pagine – quasi sempre dalla data di composizione. In questo senso l’operaha una struttura diaristica che dall’estate del 1817 procede fino al 14 dicembre 1832 sino a raggiungere un totale di 4526 pagine manoscritte. L’autore, muovendosi in modo assolutamente svincolato da qualsiasi progetto di sistemazione editoriale futura, affronta un cumulo di ragionamenti e valutazioni che consentono al lettore approcci anche solo settoriali rispondenti ai propri interessi di studio, (filologia, linguistica, teoria e critica letteraria, filosofia).

Memorie della mia vita è titolo sufficientemente indicativo di una notevole mole di memorie personali che il poeta comunica all’interno dell’opera con il tentativo di sganciarle dal dato concreto della propria biografia ed eleggerle a occasioni per un’analisi generale sulle problematiche relazionali dell’individuo, con la situazione familiare, con l’ambiente circostante, con la società. Nelle pagine dello Zibaldone tre sono i cardini del pensiero leopardiano: la vasta problematica connessa al rapporto fra l’uomo e la natura, l’enunciazione e lo sviluppo della teoria del piacere (Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch’è ingenita o ongenitacoll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita, 165, 12-23 luglio 1820), la riflessione sul valore e la finalità della  poesia. L’opera inoltre è fondamentale per conoscere a fondo la genesi di alcuni componimenti poetici; infatti le note contengono una sorta di tensione esplicita al laboratorio di scrittura, con numerosi abbozzi di opere che trovano poi negli anni seguenti la loro definizione in esiti di più raffinata ed equilibrata puntualità d’espressione. Solo nel 1827 Leopardi compone l’Indice del mio Zibaldone di pensieri cominciando a concepire l’idea di un eventuale approdo editoriale.

Ma appena verso la fine dell’‘800 questo vasto repertorio di nnotazioni viene pubblicato in sette volumi col titolo Pensieri di varia filosofia e bella letteratura (Le Monnier, Firenze, 1898) ad opera di un gruppo di studiosi coordinati nel loro lavoro da Giosuè Carducci. Una serie di affermazioni perentorie soprattutto nello Zibaldone (Gli antichi avevano meno arte, ma più poesia; La natura è alterata dall’arte; L’arte diminuisce la bellezza della natura) porterebbe a credere che l’arte fosse per Leopardi l’esito di un’operazione minata dal rischio di deturpare la natura o, quantomeno,

di offuscarne i nitidi contorni di bellezza. In effetti la spinta a trattare l’arte come fattore di appesantimento dell’esistente muove dall’assunto che il momento dell’imitazione della realtà è sempre un fatto che induce a pensare alla finzione, al travestimento di un concetto mutuato da un altro ambito con la pretesa di attribuirgli una piena autonomia significante. In realtà il poeta, anche quando indugia su approfondimenti d’arte, dilata fin lì il discorso centrale sulla letteratura, che resta con la filosofia il fondamento binario della sua riflessione. Ancor prima di andare a Roma (1822) per confrontarsi con l’immenso patrimonio archeologico a cielo aperto, il poeta nelle migliaia di pagine lette sui libri della fornitissima biblioteca paterna sicuramente incontra per la prima volta l’opera del Johann Joachim Winckelmann, dove il suo animo di impronta neoclassica lo porta naturalmente a privilegiare le emergenze della scultura greca e soprattutto romana. Nel 1506 a Roma viene rinvenuto mutilo il Laocoonte, scultura rodia risalente al periodo 120- 50 a. C; la lettura che ne fa Leopardi non ha il tratto della descrizione critica figurativa, ma quello del pretesto per la raffigurazione del dolore, da utilizzare dentro la sua riflessione filosofica. Il poeta è addirittura incantato dalle rovine di Ercolano e Pompei, dove ha modo di recarsi più volte durante la sua permanenza in casa di Ranieri a Napoli; è la conferma che l’occhio viaggia nella stessa direzione del cuore,

considerata la sua passione per un antico che risponda al suo criterio estetico di bellezza. Giacomo Leopardi mostra una calda adesione al potere significante della scultura, di cui ammira con stima autentica due esponenti; la sua sensibilità coglie con precisione di sguardo la grandezza di Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822), ne ammira la vigoria plastica unita a una nobile semplicità, fatta di armonia e “quiete forme”, e conosce direttamente quello che, secondo lui, ne è il degno erede e continuatore, Pietro Tenerani (Torano1789 – Roma 1869).

Questi apprezzamenti sembrano quasi espressioni d’obbligo di appartenenza a un’area concettuale che si richiama al clima neoclassicista; comunque non appaiono mai scelte sostanziali per un approfondimento specifico, ma strumenti di un progetto analitico più ampio che investe la poesia, la letteratura e la filosofia. Il teatro non è una disciplina centrale nelle preferenze del poeta che, peraltro, ha in quell’ambito un avvio promettente e precoce come in tutte le sue esperienze di ricerca e scrittura. Negli anni dello “studio matto e disperatissimo” (1809-1816) concepisce l’idea di un impegno che possa piacere al padre, il conte Monaldo, appassionato cultore del genere ed egli stesso autore di tragedie come Montezuma, Il Convertito e Il Traditore.

Pur impegni d’occasione, sembrano il preludio di un interesse di Leopardi dagli esiti sistematici; Virtù indiana, in endecasillabi, viene offerta come dono di Natale nel 1811 al genitore; poi sempre con le medesime caratteristiche metriche, Pompeo in Egitto, opera di intonazione politica, che ha per protagonista l’antagonista di Cesare nella guerra civile, tradito da re d’Egitto Tolomeo. Sono due prove in cui l’autore mostra una particolare capacità tecnica nel piegare il verso a esprimere la drammaticità del racconto storico, anche se non lasciano emergere una personalità poetica in linea con quanto evidenzia tutta la produzione posteriore, forse perché il poeta è legato a moduli vicini al teatro gesuitico del ‘700. Sta di fatto che Leopardi pensa poi alla realizzazione di due testi teatrali rimasti nella loro fase di abbozzo: Maria Antonietta nel 1816; Erminia e Telesilla fra il 1818 e il 1819.

Dopo che si sono placate le aspirazioni civili, prendono il sopravvento in lui i temi morali di impronta esistenziale e l’analisi delle drammatiche condizioni dell’uomo con uno scandaglio critico dal presente al passato anche remoto, dalla misera condizione della sua contemporaneità alle modalità stesse del vivere antico in confronto con quello per lui attuale. Anche per questo perde l’interesse rispetto alle composizioni drammaturgiche che, in ogni caso valuta più nel loro livello letterario per l’eventuale utilizzazione nelle scene. D’altro canto è estremamente indicativo il pensiero espresso il 5 settembre 1828 nello Zibaldone: “Il romanzo, la novella ec. Sono all’uomo di genio assai meno alieni che il dramma, il quale gli è il più

Enzo Santese

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