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Perché la Ciuleandra?

Uno scrittore, o un poeta, è un esploratore: in prosa o in versi, indaga pensieri, idee, soprattutto sentimenti ed emozioni. Il primo a ral­legrarsi di una scoperta è lui. Ma, come ogni esploratore, la sua allegrez­za si appaga nel piacere di condividerla con gli altri. Dopo le scoperte più importanti che gli valgono la gloria, gli esploratori amano di solito riprendere i loro viaggi. Così, dopo il successo di Ion (“Giovanni”), pubblicato nel 1920, autentico capolavoro che gli varrà un posto d’onore nella letteratura romena, e dopo quello di Pădurea Spânzuraţilor (“La Foresta degli Impicati”), che gli confermerà due anni dopo il favore del pubblico, Liviu Rebreanu, considerato oggi il fondatore del romanzo romeno moderno, si propone di esplorare nuove terre dell’animo umano; de­cide di sondare una zona non ben delimitata, incerta: quella i cui confini mal definiti cor­rono fra la ragione e la follia.

Quando la collega Alina Ţurlea mi ha pro­posto di tradurre a quattro mani Ciuleandra (La Ciuleandra), che avevo letto anni prima, ho accettato con piacere. L’opera era già sta­ta tradotta in italiano per i tipi della Nuo­va Italia nel 1930, ma non se ne trovava più una sola copia in commercio, tant’è che non siamo riusciti a procurarcene una neppure noi. La Rediviva Edizioni, emanazione del Centro Culturale Italo-Romeno di Milano, ha accolto con vivo interesse il nostro proget­to coronato nella pubblicazione dell’opera in lingua italiana lo scorso giugno 2020.

Il mio piacere di tradurre Ciuleandra era legato fra l’altro a ricordi personali. Alcuni anni fa, nel 2013, ho avuto l’ono­re e il piacere di presentare, all’Accademia di Romania in Roma, Adriatico/Adriatică, II edizione di una raccolta di mie poesie in lingua italiana e francese (più una in lin­gua romena), tradotte in romeno da Teonia Boloş, da Laura Vincze ed alcune da me. In questa occasione, ho invitato alcuni amici appassionati di musica antica a intramezza­re la lettura di alcune poesie con delle belle melodie. Una almeno doveva appartenere al repertorio romeno; ho pensato alla Ciulean­dra, un’antica e affascinante danza popola­re.

Ho dato la melodia a un amico, il Maestro Antonello Neri, perché l’armonizzasse per un gruppo d’archi e lui, compositore abituato a scrivere per orchestra, mi ha subito accon­tentato. Ai musicisti avevo raccomandato solo di marcare bene il ritmo, graduando la velocità, dal molto lento al sempre più velo­ce e quando i rampolli di Euterpe, ispirati dalla musa, accompagnati dalle percussioni e per nulla intimoriti dal folto pubblico, si sono lanciati con i loro violini e violoncelli, spingendo il ritmo inizialmente pacato fino a una vorticosa velocità, l’immaginazione dei presenti credo sia andata ben oltre la bella sala dell’Accademia per raggiungere, forse, le terre dell’antica Dacia.

Due anni dopo sono stato invitato in Roma­nia a un convegno di scrittori e poeti che si teneva in un paesino di montagna, Ghelari, distretto di Hunedoara, in Transilvania. L’in­vito mi era giunto tramite un amico scrittore e musicista, il compianto Victor Georoceanu, che aveva aggiunto: «Oltre alle tue poesie, portati il flauto dolce, così possiamo suona­re insieme alla mia chitarra.» Cireaşa de pe tort, ciliegina sulla torta, l’ultima sera rice­viamo un invito ufficiale a concludere, con la lettura dei nostri componimenti, la festa di un non lontano paesino: Lunca Cernii de Jos. La piazza era gremita. Dopo l’esibizione dei prediletti figli di Tersicore, nella fattispe­cie un gruppo di impareggiabili ballerini e danzatrici che hanno interpretato con carica ed entusiasmo, nei pittoreschi abiti locali, bellissime danze folcloristiche, sono saliti sul palco i figli di un’altra musa, i prediletti rampolli di Euterpe, i quali, con non minor ardore, si sono scatenati, chi più ne ha più ne metta, nella declamazione dei loro versi, interrotti solo ogni tanto, oh audacia, dalle melodie di un flauto dolce e di una chitarra. A me e Victor era stato riservato comunque il commiato finale. A quel punto mi sono fatto avanti e ho spiegato al pubblico che avrem­mo eseguito una danza che era anche il tito­lo di un bellissimo e noto romanzo e, senza indicarlo, ho accennato alla trama, cosa che qui, amici lettori, non posso fare. Lentamen­te, una nota dopo l’altra, la melodia ha co­minciato a snodare le sue spire come quelle di un pigro serpente appena ridestato, per prendere impercettibilmente vigore e velo­cità, implacabile, inarrestabile, frenetica; e alla musica si era unito il pubblico, scanden­do il ritmo con le mani, colpi secchi, sempre più forti, più svelti, più serrati, più scatenati, fino a confluire in uno scroscio finale di ap­plausi. Com’è finita? Tutti a cena, ballerini, poeti e musicisti, ospiti del sindaco di Lunca Cernii de Jos!

Ma torniamo al romanzo. Il protagonista maschile, Puiu Faranga è l’ultimo rampollo di una ricca e aristocratica famiglia. Vizia­to e immaturo, crede che ogni suo capriccio debba essere esaudito. Durante una festa di campagna, durante un ballo scandito da una frenetica ciuleandra, Puiu si è invaghito di una giovane fanciulla, Mădălina, di famiglia povera, e la vuole a tutti i costi. Suo padre, Policarp Faranga, oltre che ricco è un po­tente politico e asseconderà suo figlio in ogni sua scelta, in ogni suo gesto, per quanto folle, convinto nella sua arroganza che a uomini della sua condizione tutto debba essere con­cesso, tutto debba essere perdonato. Dalla normalità si entra gradualmente in una di­mensione in cui la follia la farà da padrone, passaggio scandito come un leit motiv dal ricordo di quella danza, la ciuleandra. Da parte della gente umile, troviamo Mădălina, disarmata e scavalcata nelle sue giovanili legittime aspettative; troviamo sua madre, donna meschina, pronta a trar vantaggio dalla situazione. Ma troviamo, nelle pagine che seguono, il Dr. Ursu, il giovane e stima­to psichiatra che, sebbene di umile famiglia, con lo studio e l’impegno, sarà un esempio di professionalità ed umanità. Con La Ciuleandra, l’autore fa emergere una preoccupazione per l’analisi psicologica, sperimentando le sue doti di fine osservatore. Non a caso, questo suo lavoro è tradizional­mente considerato di intonazione psicologi­ca. Ma il romanzo a mio parere, offre ragioni sufficienti per una nuova interpretazione e una riconsiderazione del libro nella gerarchia dell’opera di Liviu Rebreanu: il contrasto fra la condizione della gente povera ed umile e l’arroganza dei ceti altolocati della società, uniti entrambi, nonostante le apparenze, da un tragico destino.

Alessio Colarizi Graziani

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