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“Talefea” e la poetica rotta di Antonio De Lucia verso il mare interiore

È indubbiamente un’opera singolare e ricca di suggestioni La crociera di Talefea (Edizioni KappaVu) di Antonio De Lucia, scrittore friulano di molteplici interessi culturali. Una sala diventa fantasticamente la tolda di Talefea, una nave in viaggio verso destinazioni sconosciute, ma le inquietudini dell’ignoto sono in parte sopite dal carattere dell’equipaggio, composto da persone assolutamente “familiari” tanto da essere costantemente in compagnia dell’autore. Leggendo la storia che si compone di 10 tasselli si ha la sensazione che, per solcare l’oceano della visionarietà, sia avvenuto una sorta di miracolo al quale hanno contribuito più elementi: in questo caso le scintille generatrici del “sogno consapevole” sono stati alcuni ritratti eseguiti per De Lucia da diversi autori. “La crociera di Talefea” è un po’ atipica perché l’immobilità dell’imbarcazione-casa è inversamente proporzionale al frenetico movimento dell’immaginazione, suggerita in gran parte dai personaggi effigiati alle pareti. È per questo che il libro è suddiviso in 10 quadri, ognuno dei quali è per lo scrittore lo splendido pretesto per un’articolata riflessione sui temi a lui cari, come l’indagine sul microcosmo interiore, il rispetto dell’individuo, la storia dei diritti del singolo e del gruppo, il rapporto problematico tra l’uomo e l’ambiente, le prospettive di una vita estranea ai gravami della sopraffazione di ogni tipo. Il viaggio reale molte volte genera delusione per il degrado in cui è possibile vedere precipitare luoghi che si sono già visti; anche per questo la sensibilità dello scrittore è colpita dallo sfruttamento dell’uomo su tutte le cose (edifici, strade, spazi naturali), dal dissennato abuso dell’esistente come se la realtà avesse in sé infinite risorse per rigenerarsi. Antonio De Lucia trasforma la sua libreria nella coperta di una nave e i suoi compagni di avventura sono lì appesi al muro, nei ritratti dipinti da vari autori con cui è entrato in contatto diretto o mediato, e in una magia letteraria li trasforma in altrettante presenze con cui idealmente dialoga, contrasta, conviene, fraternizza. Talefea è sospinta da un vento che “alita da un otre” e il mare è una distesa sterminata che si perde all’orizzonte di un sguardo traslucido, ma quello interiore – se possibile – è ancor più profondo e misterioso e invoglia l’essere umano a una continua ricerca nella conquista del nuovo di sé.
Nella penombra dello studio cinque degli otto ritratti sembrano far convergere i loro occhi sull’autore e sollecitarlo a mollare gli ormeggi. Così ha inizio una splendida avventura in una geografia dell’altrove “visto” sulle carte, immaginato e fantasticato. Personaggi di diverse epoche, eppur “viventi” nell’unico tempo della crociera, un grande presente scandito, più che dalla successione degli anni, dal susseguirsi dei capitoli che prendono la scena prestando il fianco a una posizione dialettica generosa di spunti d’analisi anche profonda sul passato remoto, su quello prossimo e sull’attualità. E il primo ritratto, per esempio, è una riproduzione a carboncino di Edoardo Cigolotti, raffigurante Ippolito Nievo, che nel silenzio della sua fissità parietale esprime tante cose così come De Lucia sa interpretare dell’indole del padovano. La navigazione in maniera sorprendente si fa speculare, la rotta immaginata è la duplicazione del flusso del “mare di dentro” e lo scrittore dipinge sulla pagina le peculiarità fisionomiche delle persone ritratte, facendole uscire dalla superficie per uno slancio tridimensionale dello spazio della fantasia.
Ed è così che i riferimenti sono orbite del pensiero che attraversano spazi e oltrepassano limiti di tempo, come è il caso di Charlie Marlow che suggerisce una considerazione sulle esperienze nei domini coloniali in Africa; la vicenda di cui è protagonista in Cuore di tenebra di Joseph Conrad lo propone nell’esercizio di una quotidianità che è impresa del fare e del progettare, del tacere e del pensare. La narrazione mostra la sua vivacità zigzagando in un’accattivante erranza cronologica da Cicerone e Cesare Abba, da Seneca a Samuel Taylor Coleridge, da Lucilio a Garcia Lorca, accendendo nel lettore il pungolo per un confronto ancor più ampio con quei riferimenti letterari.
In questo equipaggio “che mette soggezione” la composizione è estremamente eterogenea e talora conflittuale tra i suoi elementi; ce n’è uno che incute più timore degli altri e che è difficile amalgamare col resto di questa umanità dipinta in viaggio, Khair ed-Din, detto anche Ariadeno, ammiraglio nel titolo, corsaro nella pratica di ogni giorno; è l’innesco per un aggancio puntuale ai corsari di un tempo, materia a cui De Lucia si è dedicato più volte con passione. A tribordo i passeggeri si materializzano in un gruppo di tre pannelli di Paola Gamba offrendo argomenti per una sincera condivisione di Antonio De Lucia: “Un po’ mi riconosco in loro, in quella pena che tormenta chi naviga verso quell’isola che c’è, ma che non è segnata su nessuna carta. Ahimè una ricerca estenuante: quanti marosi, quanti insidiosi gorghi, quante snervanti bonacce ci lasciano sospesi nell’incertezza di rivedere il sole risalire dai profili d’oriente! La paura che esala dalla calma piatta è come una marea crescente che invade l’anima, la paura di incrociare una nave fantasma con il suo carico di scheletri di peccatori e nessun albatro che ci soccorra con un’epifania di salvezza.”
Il nono quadro nasce da un pannello in rame sbalzato di Ivone Flumiani, che coglie la meraviglia dell’equilibrio cosmico tra ordine e caos in un andirivieni di astri dove il mutuo scambio di luce, l’energia dei corpi, caratterizza lo stato di un cielo immerso negli spazi siderali da cui brillano nel buio delle notti itinerari per voli della fantasia di chi fluttua nella splendida libertà dalle leggi fisiche.
Il decimo quadro infine porta sul ponte del Talefea un navigante d’eccezione, Omero, che viaggi per mare ne ha “costruiti” e suggeriti a moltissime generazioni. E, trattandosi di un’idea dell’andare, ci prospetta Odisseo e dietro di lui Nausicaa, da cui De Lucia trae un efficace parallelismo con le dinamiche contemporanee: “È un misero naufrago e dobbiamo curarcene, vengono tutti da Zeus gli ospiti e i poveri…e può capitare che incontriamo quell’umanità che sa accogliere e dare un aiuto, un soccorso, che senza dire dice che l’uomo è fratello, gli ridona così la forza della volontà.”; una nota davvero sentita sulle chiusure del presente da una voce che viene dal mito, dalla letteratura epica.
La prosa esprime la sua efficacia comunicativa nella continua varietà di tono che si adatta di volta in volta all’umore dei personaggi considerati e modula il proprio ritmo narrativo con la tensione del racconto. Le
inserzioni dialogiche in realtà si presentano come sviluppi argomentativi di un contatto interattivo virtuale con il lettore, che è visto come complice di un’avventura di poca relazione con la logica, appunto per questo estremamente vivace sul piano delle derivazioni problematiche scaturite dalla lucida direzione evolutiva della trama, intessuta da tante trame quanti sono i “quadri” del libro. L’opera è una sollecitante occasione di far riverberare l’orizzonte fisico su quello interiore sommovendo una serie di sentimenti che impegnano
Antonio De Lucia in una navigazione a vista, nel senso proprio della visione nella quale si installa l’idea di un viaggio dove le immagini sono le vele metaforiche gonfiate dal vento della curiosità per il mondo e per i pensieri che lo hanno quantificato dentro la cultura di ogni tempo. Il tutto avviene mentre l’autore friulano sta seduto sul tavolo del proprio studio come in plancia, pronto a dare ordini per l’esigenza particolare ma altrettanto
disposto ad ascoltare le voci e “vedere” le gesta di uomini che hanno popolato la storia di azioni e pensieri ancora inscritti nel mito.

Enzo Santese

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