Ormai cinquant’anni fa l’onorevole Franceschini (non Dario ma Francesco) presiedendo l’omonima commissione, attiva dal 1964 al 1967 quando ne furono pubblicati i relativi Atti, dava di fatto un
impulso decisivo alla creazione del Ministero dei Beni Culturali, avvenuta nel gennaio del 1975 con
a capo del governo Aldo Moro (Moro IV) e ministro Giovanni Spadolini. Cinquant’anni dopo, nel 2021, l’onorevole Franceschini (non Francesco ma Dario) sotto il governo di Mario Draghi, trasformando quel Ministero in Ministero della Cultura, di fatto lo distruggeva, tra il silenzio colpevole di tutti gli intellettuali o presunti tali che invece avrebbero dovuto difenderlo. Infatti gli Atti e documenti della Commissione parlamentare d’indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del
paesaggio, fu il frutto più fecondo di un lungo dibattito promosso soprattutto da Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi e Ranuccio Bianchi Bandinelli, che contrapponeva al concetto generico e fuorviante di Trésors Nationaux usato ad esempio in Francia quello molto più pregnante di Bene Culturale, come si evince da questo passo contenuto negli Atti della Commissione: “La Commissione ha ritenuto di doversi abbandonare
il principio di un’attività pubblica di tutela volta alla mera conservazione del Bene culturale, principio a cui possono essere facilmente imputati alcuni dei più gravi inconvenienti della situazione attuale.
In sua vece ha indicato l’assoluta necessità di ispirarsi ad una più moderna visione della tutela per la garanzia della conoscenza scientifica; la quale, ovviamente comprendendo e superando il precedente principio, sottolinei del Bene culturale il valore autentico di testimonianza storica e l’autentica funzione di consentire ’accrescimento delle umane conoscenze, “e pertanto adegui e modelli a tale scopo i fini e i mezzi di un’attività amministrativa di tutela”. Dunque, basandosi su tali premesse teoriche, il Ministero dei Beni Culturali nasceva con ben precise finalità sia teoriche che pratico-amministrative, unendo tutela e conoscenza scientifica. Del resto il mutamento dei vecchi concetti di “belle arti”, “arti minori” “tesori nazionali”, con la loro valenza discriminatoria, nel moderno concetto di “bene culturale”, significa proprio che occorre conservare tutte le testimonianze delle culture passate, indipendentemente dai loro pregi estetici. Infatti solo nella integrazione diacronica e sincronica con gli oggetti di altre epoche e di altre aree geografiche, ogni singola opera d’arte diviene non più semplicemente un bell’oggetto da ammirare, ma parte determinante di quell’insieme che costituisce la nostra storia, anello di trasmissione della catena culturale che ha permeato e permea la nostra civiltà. Non si tratta pertanto di un problema puramente nominalistico ma di sostanza e con tutti i suoi limiti il Ministero dei Beni Culturali ha rappresentato un’autentica diga al definitivo degrado del nostro sistema di tutela: e per provarlo basta immaginarsi a cosa sarebbe oggi il nostro patrimonio culturale se il Ministero non fosse mai stato istituito. Ebbene Dario Franceschini ha cancellato tutto questo con un colpo di spugna, trasformando (forse per il suo mal riposto senso di inferiorità verso l’estero) il Ministero dei Beni Culturali in Ministero della Cultura, scimmiottatura francese che vuol dire tutto e non vuol dire niente.
E allora perché non un Ministero della Bontà, uno della Verità, uno della Simpatia e uno della Generosità? D’altra parte lo stesso Franceschini nel 2014 si era reso autore di altre due sciagurate, specialmente per chi si considera di sinistra, riforme che in nome di un effimero populismo hanno invece avuto un effetto altamente discriminatorio e antisociale: abolire l’ingresso gratuito nei musei agli over sessantacinquenni e sostituirlo con l’ingresso gratuito la prima domenica del mese con tutti gli effetti negativi ben sintetizzati da AI Overview: sovraffollamento estremo (che danneggia l’esperienza dei visitatori e la conservazione delle opere); mancanza di controllo e gestione dei flussi da parte dei musei stessi; impatto sui ricavi (specialmente per musei minori o locali); danno potenziale al turismo nelle città d’arte; distorsione delle motivazioni di visita, privilegiando il “gratis” rispetto all’interesse culturale.
Ma in tutto questo, come accennavo in precedenza, è mancata una seria presa di posizione da parte degli intellettuali, specie quelli di sinistra o sedicenti tali, che non mi sono sembrati realmente interessati ad aprire un serio dibattito sulla deriva cui sta andando tutta la pubblica amministrazione in Italia, dalla Scuola, alla Sanità, alla Cultura appunto. Anche se bisogna riconoscere che la nostra amministrazione pubblica preposta alla tutela dei beni culturali, pur tra mille difficoltà, ha assolto ai suoi obblighi assai più di quanto un’interessata campagna di stampa tesa a favorire un’indiscriminata privatizzazione di tutto ciò che è pubblico nel nostro paese vorrebbe far credere, e del resto, come ammoniva Argan nell’ormai lontano 1987: “Può accettarsi il principio che dei capolavori si occupi il grande capitale, delle cose mediocri lo Stato? E che sia poi il grande capitale a orientare la tutela a fini di cultura generale, educativi? Non si negano né le benemerenze né la necessità dell’intervento del capitale privato, è però indispensabile che la legge ne precisi i ruoli e i limiti”. Cosa molto lontana dal realizzarsi.
Sergio Rossi




