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Grande mostra di Tina Modotti a Genova

Il Palazzo Ducale di Genova ospiterà dall’8 aprile al 9 ottobre una bellissima mostra de­dicata a Tina Modotti, una protagonista di spicco nella storia della fotografia del primo novecento, una icona straordinaria di un fem­minismo impegnato e militante, ma anche tra­sgressivo e senza veli. Difficile dire quale delle diverse personalità colpisca di più la fantasia e il cuore della gente, se la donna, l’artista, o la militante comunista, anche se, per cor­rettezza, le tre figure non andrebbero separate perché Tina fu sempre sé stessa privilegiando le diverse spinte nella misura in cui le vicende della vita lo permettevano o lo richiedevano. Ma chi è Tina Modotti e quali vicende ne fan­no un personaggio così straordinario?

Nasce a Udine da famiglia modestissima; infatti a 12 già lavora in fabbrica per aiutare la madre e i fratelli, a 17 è in America (dove raggiunge il padre emigrato anni prima) e, pur lavoran­do, si dedica al teatro ed alla recitazione; nel 1918, a 22 anni sposa il pittore Roubaix de l’Abrie Richey con il quale si trasferisce a Los Angeles, cominciando a recitare nel cinema, e partecipa con successo a tre film; nel ‘20 tramite il marito conosce il fotografo Edward Weston e ne diventa prima allieva, poi modella preferita e alla fine amante. Con lui approfon­disce la passione per la fotografia iniziata già da bambina, grazie ai primi rudimenti ricevuti dallo zio paterno. Quando il marito si trasferi­sce in Messico, lei poi lo raggiunge arrivando troppo tardi poiché Roubaix muore di vaiolo. Due anni dopo vi ritorna con Weston e rima­ne legata a questo paese sino alla morte. In una terra difficile, calda di passione e tensioni sociali, dove la povertà dei contadini ricorda quella del suo Friuli, si avvicina al movimen­to comunista aderendo con entusiasmo alle speranze, all’impegno per una società nuova e senza classi.

Commemorazione di Julio Antonio Mella 10 febbraio 1929 (archi­vio privato G. Pignat)

Spesso gli uomini di cui con­divide le idee diventano anche i suoi amanti, come avviene per Xavier Guerrero, Julio An­tonio Mella, Vittorio Vidali, ma queste storie di passione si intrecciano con intrighi politici pericolosi, condizionati dalla “longa manus” stalinista che cerca di controllare e fermare se possibile il comunismo messicano della Quar­ta Internazionale, contraria allo stalinismo stesso. Mella, rivoluzionario comunista di ori­gine cubana, viene ucciso mentre rientra da una serata trascorsa con Tina e molte voci sol­levano sospetti su una possibile complicità di lei stessa nell’agguato. Vidali, che sarà al suo fianco fino alla morte, si pensa sia stato lega­to al servizio segreto russo. E qualcuno degli storici ipotizza che nell’attentato mortale a Trockij siano coinvolti anche lui e la Modotti.

La teoria del complotto si estende anche alla morte di Tina, avvenuta per infarto all’età di 46 anni. Diego Rivera, famoso pittore messi­cano, marito di Frida Kahlo, di cui Tina era amica e sicuramente amante, accusa Vidali di aver ucciso la donna per liberarsi di una testimone che sapeva troppe cose sulle tante uccisioni di oppositori di Stalin in Spagna, durante la guerra contro Franco. Quanto c’è di vero in questa corsa al complottismo? Non è dato saperlo, ma certamente Tina sembra aver vissuto più vite in una sola, troppe forse per una donna con origini semplici che veniva da un terra povera e arretrata, che le donne, non poche volte, avevano lasciato per lavorare come bambinaie, cameriere o prostitute.

Dun­que un’esistenza complessa, trasgressiva, un percorso di lotta e di passione, teso ad affer­mare valori ideologici ed innanzitutto il diritto di seguire le proprie inclinazioni. Eppure per molto tempo se ne perde ogni ricordo e solo negli anni settanta si assiste ad una rivaluta­zione giusta e doverosa perché la “pasionaria” è stata soprattutto una grande artista, una fo­tografa che ha saputo dare all’obiettivo il com­pito non solo di catturare la realtà, la vita, ma anche di raccontare la storia, il costume, la so­cietà. E per ironia del destino, Vidali, l’uomo sospettato di aver collaborato alla sua morte, ha il merito di aver conservato e poi conse­gnato alla futura memoria tutto l’archivio e le foto di Tina permettendo poi di celebrar­ne la riscoperta. Tutta la sua produzione può essere divisa in due parti, quella romantica e quella politica. Nella prima, più influenzata da Weston, il suo mentore, prevalentemente ritrattistica, l’attenzione dell’obiettivo è rivol­ta a cogliere l’atmosfera, i silenzi, il partico­lare, l’interiorità propria e altrui.

Sono le foto dedicate alle nature morte, ai fiori. Tina ama costruire la foto, ritagliarla, isolare il soggetto, fino a fagli occupare tutto lo spazio dell’im­magine. Così le foto si trasformano in quadri, in tele dipinte in bianco e nero, e la meravi­gliosa attenzione rivolta al chiaroscuro, ed al grigio, alla luce dei pieni e dei vuoti, alle curve morbide non sembra immortalare un fiore ma un corpo umano femminile. Viene spontaneo accostare le rose e le calle di Tina ai flowers di Giorgia o’ Keefe: pur nella diversità dei colori e delle tecniche, in entrambe si coglie una di­mensione interiore romantica, estatica e sen­suale insieme.

Potremmo dire che in questo filone c’è una evidente oggettivazione di un mondo personale della Modotti che si apre a un dialogo silenzioso, bisbigliato per parlare di sé e farsi conoscere. Poi ci sono le altre foto, quelle sociali nelle quali si rivolge al mondo in cui vive per metterne a fuoco l’anima e il corpo, ovvero le idee e le tensioni, le speranze o illusioni ed insieme la vita quotidiana fatta di gesti semplici ma antichi, quindi simboli­ci perché riferibili a precisi contesti culturali, economici e sociali. Sono le foto “documen­to”, come quelle che ritraggono Le donne di Tehuantepec, che portano frutta e fiori sulla testa, in zucche dipinte, o quelle che immor­talano bambini, operai. Particolarmente si­gnificativa quelle di Mani di operaio edile del 1926 nella quale non c’è la nobiltà del lavoro, ma tutta la fatica che logora e imbruttisce il corpo. Non sono foto artistiche, perché Tina rifiuta di sentirsi artista; si sente una fotografa impegnata in una narrazione del reale, di cui intende rappresentare ciò che maggiormente colpisce la sua sensibilità e il suo pensiero.

Sono piuttosto immagini politiche, espressio­ne di un pensiero ideologico, non urlato, non drammatizzato, solo umanizzato, legato cioè ad un mondo sociale che molti borghesi vo­gliono o trovano comodo ignorare. Poi ci sono quelle di lotta e di bandiera, fortemente pro­pagandistiche, fondamentali in un Messico in cui l’eccessiva povertà dei molti e la vergo­gnosa ricchezza di pochi, le grandi speranze per una società migliore e le feroci dittature militari, creano condizioni ideali per una ri­voluzione di classe. Ecco allora le foto-mani­festo di Falce, martello e sombrero o Falce e martello, Pannocchia, chitarra e cartucciera, Falce, chitarra e cartucciera, tutte opere del 1927. Ma la foto di Modotti è anche ricerca, attenzione agli spazi, alla prospettiva, al mi­stero geometrico della linea, come ricordano foto quali Prospettiva con cavi telefonici del 1926, venduta recentemente all’asta con una cifra considerevole. Certamente non è possi­ dell’artista friulana, ma il lavoro che negli ultimi anni ha favorito una sua rivalutazione passa anche attraverso le di­verse iniziative che ne hanno fatto ammirare la novità e la originalità, perciò la mostra di Genova è un’ulteriore occasione per conoscere questa straordinaria figura italiana del primo novecento. Pablo Neruda che conosceva bene Tina ne mette in evidenza l’anima pura e l’au­tentica forza morale in alcuni versi della poe­sia che compone alla notizia della sua morte: “…Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragi­le vita:/ di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,/d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,/ la tua delicata struttura…”.

Mario Giannatiempo

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