Home Cultura e Costume Le contraddizioni del gusto

Le contraddizioni del gusto

Sachem è il nome del capo pellerossa su cui Kant ironizza nel § 2 dell’analitica del bello della Critica del giudizio, a proposito del suo presunto interesse verso le bettole di Parigi, per stigmatizzarne il giudizio di gusto particolarmente troppo entusiastico.
È sintomatico che il filosofo prenda a sostegno del suo ragionamento l’immagine della locanda fumosa e affollata (piuttosto che osteria o taverna per lo spaccio di bevande alcoliche), trascurando completamente il riferimento (di cui parlerà Brillat-Savarin) alla novità del ristorante che, con Boulanger, già a partire dal 1765 aveva permesso in qualche misura di allargare presto, bene e con pulizia (Brillat-Savarin 1826: 197) le gioie del palato – riservate prima solo al lignaggio aristocratico – anche alla borghesia pre-rivoluzionaria parigina. Alla vigilia della Rivoluzione, Beauvilliers, passato dai servigi del conte di Provenza alla gestione in proprio di un locale (Grande Taverne de Londres) – dove abbina la qualità eccellente delle portate al lusso delle dimore blasonate – codifica la figura del restaurateur come perno specifico del mercato di soddisfazione delle necessità ed esigenze alimentari extradomestiche della nuova classe sociale sul punto di diventare egemone. Brillat-Savarin ne tesse le lodi in quanto nel suo ristorante la buona cucina è diventata popolare, sancendo il carattere universale del diritto al benessere gastronomico semplicemente una volta fatti i conti con la propria borsa (Id. 198) e contribuendo a smussare gli angoli delle disuguaglianze convenzionali (Id. 113) attraverso lo spirito conviviale che fortifica i legami sociali.
Il gradiente della socialità è quanto caratterizza lo spazio fisico e simbolico del ristorante, al cui interno si dispiega la ritualità del buongusto culinario che riunisce in sé l’eleganza ateniese, il lusso romano e la delicatezza francese, che sa disporre con sagacia, far eseguire con abilità, assaporare con energia e giudicare con profondità (Id. 109).
Riducendo in senso soggettivistico-trascendentale l’esperienza estetica – cioè distaccando l’oggetto dalla materia della rappresentazione e spogliando di ogni attrattiva sensoriale le sue qualità intrinseche – Kant invece formalizza in chiave solipsistica l’assenso alla sua manifestazione, reintegrandone la misura sociale solo attraverso il riferimento all’idealità del senso comune. Ma anche così la contingenza socio-storica dell’estetico è bypassata dalla comunicabilità universale del giudizio, che per non risultare empirico deve stimare le qualità oggettive come determinazioni formali dell’unità di un molteplice /formale Bestimmung der Einheit eines Manigfaltigen (Kant 1913b: 117/116), accreditando l’animo alla percezione ‘riflessiva’ del gioco regolare delle impressioni / das regelmäßige Spiel der Eindrucke» (Ibid. 117 / 116-114), per poterle considerare belle per sé.
La nota a piè di pagina al § 2, per cui Adorno in Teoria estetica imputa a Kant di rendere talmente indeterminato il piacere disinteressato del giudizio di gusto da mancarne l’effetto de-sublimante nell’attestazione del bello (Adorno 1973: 15), è anche quella dove viene precisato che: solo in società diventa interessante aver gusto /Nur in der Gesellschaft wird es interessant, Geschmacht zu haben (Kant 1913b: 75 / 74).
Questo ritorno dell’interesse secondario nel giudizio di gusto verrà specificato dal filosofo di Könisberg, nel § 41, in relazione alla disposizione propria dell’uomo per la socievolezza e quindi come mezzo per agevolare ciò che richiede l’inclinazione naturale di ciascuno / als Beförderungsmittel dessen, was eines jeden natürliche Neigung verlangt» (Kant 1975: 133/ Id. 1913b: 270).
L’esperienza estetica, nel suo puro esplicitarsi come azione giudicante, rinvia così alla dimensione indeterminata e assoluta della prospettiva robinsoniana, in quanto Kant individua l’inizio dell’incivilimento come il punto in cui l’attitudine a socializzare il proprio compiacimento estetico viene considerata segnale di raffinatezza.
Oltre mezzo secolo più tardi, Marx – nell’atto di concettualizzare nei Grundrisse il momento di scaturigine storico della produzione dell’economia capitalistica – si troverà di fronte la medesima prospettiva come mito d’origine individuale propugnato dagli economisti borghesi post-ricardiani (Marx 1953: 5-6).
Giancarlo Pagliasso
Questo testo sarà compreso nel mio prossimo libro (con Enrico Di Palma) dal titolo Il nuovo mondo estetico.

Articoli Recenti

Uno sguardo alla luna attraverso le fotografie di Bolinelli

L’associazione “Paolo Riz­zi”, nata sulla profonda sostanza culturale di co­lui a cui è intitolata, già in precedenti occasioni ha coniugato slancio...

Sull’utilità del “nodo parlato”

Nell’ultimo libro di poesie di Alessandra Pelliz­zari “Nodi parlati” (traduzione a fronte in in­glese di Patrick Williamson), Nem S.R.L. 2019, l’au­trice raccoglie ap­pieno la...

Quando l’icona armonizza tradizione e attualità

Terza composizione di una Quadrilogia di Santi, il mio Misererecombina l’arte dell’ico­na con l’arte sacra astratta. Sull’icona di tra­dizione bizantina, inserita secondo la...