HomeArteCarlo Ciussi, una danza di tracce e colori

Carlo Ciussi, una danza di tracce e colori

La galleria milanese “A arte Invernizzi” di Milanoha inaugurato il 25 febbraio una mostra personale di Carlo Ciussi, curata da Lorenzo Madaro.Ventisei opere su tela e carta permettono di ricostruire un periodo della produzione dell’artista udinese, dal 1983 al 1991. È raro potersi concentrare su un singolo ciclo di lavori di Ciussi, e prezioso. Di solito si vedono raccolte opere di periodi diversi, che fanno risaltare i grandi sommovimenti avvenuti nella sua pur sempre riconoscibile personalità pittorica. Abbiamo così, questa volta, l’occasione di riflettere sul paziente sviluppo di un gruppo di opere e della sua pittura. Gli strani titoli numeri romani, accompagnati dall’anno di esecuzione suggeriscono già una direzione. Essi marcano, in effetti, la progressione del suo lavoro di opera in opera. Non è un caso ognuna nasce dalle mancanze della precedente. Lo vediamo chiaramente al primo piano dello spazio espositivo. Un’idea pittorica nasce: una banda d’un blu chiaro, sinuosa, corre dall’alto in basso. Ma sembra ancora incerta; è sfumata verso il basso, nelle tele del 1983 e 1984. Ai suoi lati s’alternano altre curve, ora tutte percorse di colori vibranti, ora tratteggiate soltanto. Su sfondi sempre scuri la banda blu, ecco!, inizia a occupare tutta la tela, dall’alto in basso e così le sue vibranti sorelle. Arriviamo al 1985, e le tracce di colore iniziano a farsi oblique, e a incrociarsi. Tutto si smuove di nuovo, la banda blu inizia a vacillare. D’un tratto dilegua. Restano i tratti ondulati di colore, ancora più mobili. È il 1986.

Presto, già l’anno dopo – dapprima su carta, poi su tela – l’inquietudine della geometria erompe in un tratto meno concluso. Siamo ancora al primo piano; passiamo negli spazi successivi della galleria. La vibrazione del colore appare, verso la fine degli anni Ottanta, appena controllabile. Le tele stesse assumono toni sempre più intensi, attraversate da linee monocromatiche. Scendiamo, con calma, al piano inferiore. Le linee cromatiche non sono più segnate da un tratto netto. Sotto di loro tuona un terremoto che le investe, dal 1990, assieme a tutta la superficie della tela. Non meno misurate e pensate delle opere di cinque anni prima, in queste appare, però, un profondo turbamento della geometria. Raggiungiamo i confini di una pittura a misura d’uomo. È un breve racconto, incompleto, di un modo di attraversare l’esposizione. Ogni opera nasce dalla precedente, dicevamo, e non c’è mai arresto – perché? Questa domanda può servire a ripensare alla mostra da un altro punto di vista: cosa ci permette di ricostruire? Gli sviluppi della pittura di Ciussi in un suo periodo, senz’altro, ma anche –almeno in ipotesi – la sua andatura. «Nel mio ca-so», ha detto, «il concetto di progettazione è alla base del lavorare, non dimenticando che all’origine sta la ricerca di forma colore attraverso gli spazi spianando la strada ad una trasformazione senza fine». La metamorfosi continua corrisponde a quell’origine: la ricerca della forma colore. Anzi, l’origine è nella metamorfosi di forme-colore che «già devono esistere […] e che bisogna trovare». Verrebbe da pensare a un pittore «romantico», alla ricerca d’una perfezione impossibile nella singola opera. Ma nel caso di Ciussi sembra vero il contrario: l’opera veramente perfetta non conclude.

Potrà sempre essere vista come mancante; ma proprio per questo capace di rivelarsi nell’opera a venire. Nella sua infinita mancanza, essa non sarà altro dalla sua perfezione. Carlo Invernizzi, nel 1990, scrisse: «Ciussi profondamente sa che il razionale è una chimera, sempre e soltanto un tentativo impossibile». Ma solo nel tentativo esso appare. E da A arte nvernizzi scopriamo con quanta forza, nella sua pittura, Ciussi abbia sentito l’impossibile.

Davide Mogetta

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