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Meritato tributo a Carla Accardi

La figura e l’o­pera di Carla Accardi (Trapa­ni 1924 – Roma 2014) ha un ruo­lo centrale nel di­battito culturale e nello sviluppo della ricerca artistica della seconda parte del ’900. Protagonista assoluta nelle discussioni sul rapporto tra l’artista e la società e soprat­tutto fra l’establishment e il mondo femmini­le, ha avuto grande autorevolezza nell’ambito della pittura, dove ha avviato e fatto emergere in tutta la sua potenza espressiva la linea di un astrattismo convergente a tratti con le pecu­liarità internazionali, ma con precise connota­zioni ascrivibili all’anima mediterranea e, spe­cificamente, alla personalità dell’intellettuale siciliana. Nella città capitolina frequenti sono le occasio­ni di discussione e confronto con intellettuali di varia formazione e provenienza; il punto di ritrovo abituale è la storica Osteria Fratelli Menghi, situata in via Flaminia 57 vicino a piazza del Popolo, luogo di incontro di artisti, attori, musicisti e scrittori, tra i quali Carla Accardi ha avuto una certa voce in capitolo.

LORELLA FERMO, Carla Accardi, cm 14 x 21, tecnica mista su carta, 2024

Rilevanti sono i suoi impegni nelle edizioni di Rivolta Femminile, dove la passione politica con decisa tonalità marxista si coniuga con una marcata disponibilità al dialogo con posizioni anche molto diverse dalla sua. Ma nel campo specifico della riflessione sulle problematiche artistiche, connesse sempre con le dinamiche sociali e attente alla trasformazione in atto, nel 1947 c’è il suo contributo sostanziale nella fondazione del Gruppo Forma 1 assieme ad Attardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Mauge­ri, Perilli, Sanfilippo (che sposa nel 1949) e Turcato. Il sodalizio, nelle intenzioni iniziali, tende a conciliare le posizioni fra astrattismo e realismo, convinti che i termini marxismo e formalismo non siano inconciliabili. Su tale assunto si sono innestate poi numerose distin­zioni e varie contrapposizioni che hanno dato vita a studi seri e talora a polemiche fondate sul nulla. Ora, a cento anni dalla nascita, il Palazzo del­le Esposizioni di Roma gli dedica una gran­de retrospettiva aperta (fino al 9 giugno), che nell’allestimento costruisce un percorso come fedele rappresentazione di un’orbita evolu­tiva, caratterizzata da molti scatti in avanti, tipici di una personalità che nei fatti è l’em­blema dell’anticonvenzionale. Milita nell’astrazione rendendo immediata­mente riconoscibile la sua poetica fondata sull’automatismo del segno, portato avanti con generosità di risultati fino alla metà degli anni ’60. La sperimentazione continua la por­ta a sostituire l’uso delle tempere con le vernici fluorescenti che applica su lastre plastiche tra­sparenti, passando dall’opera parietale a quel­la coinvolgente lo spazio. Negli anni ’70 inizia la fase dei Lenzuoli, grandi tele disseminate di elementi geometrici reiterati che costituiscono motivo di ispirazione per molti pittori vicini alle istanze dell’astrazione. Il piano nobile del Palazzo delle Esposizio­ni accoglie in sette sale un centinaio di opere (dislocate lungo il periodo 1946-2014) lungo un itinerario formativo ed evolutivo capace di riprodurre in alcuni punti gli allestimenti pro­

gettati a suo tempo dalla stessa artista, che ha avuto sempre presente la regola di una simme­tria concettuale e fisica tra l’opera e l’ambiente circostante. La rassegna romana accompagna il visitatore in un viaggio attraverso le acqui­sizioni susseguenti della ricerca di Accardi, tanto che sono presenti anche i risultati degli esordi, legati ancora a un’aderenza al reale, pur interpretato a volte originalmente. E poi appare chiaro il procedimento che la porta a una scomposizione graduale della materia pit­torica, con l’innesto di un segno che cadenza il ritmo della superficie e rimarca la profondità di un pensiero sospinto su temi e risultati di­versi.

Tra le opere più interessanti vi sono quelle della fase 1955-1961, dominata dal bianco e nero in segni che ricalcano, come dice l’arti­sta, “l’impulso vitale che è nel mondo”, con tracce che si accalcano, si sovrappongono e vorticano in superfici concepite come finestre su un universo in costante metamorfosi. E poi ci sono le opere che dialogano intensamente con lo spazio (per il quale sono state proprio pensate) e mettono in evidenza lo studio del rapporto stretto tra l’evento pittorico e l’am­biente in cui è innestato; un particolare cenno merita la Triplice tenda, (conservata oggi al Centre Pompidou di Parigi) del 1969-1971, dove tra pittura e spazio c’è un’osmosi funzio­nale ed estetica. La sesta sala sembra la riproduzione fedele di quella personale allestita da Accardi alla Bien­nale di Venezia del 1988 e contiene gli esiti più significativi della sua ricerca, così come si è affermata sul piano internazionale degli Anni Ottanta.

Enzo Santese

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