
Paolo Cervi Kervischer è intellettuale dai molteplici interessi che alla pittura e alla musica dedica una particolare cura, considerandole da sempre le discipline più adatte ad essere casse di risonanze dei moti più segreti della sua interiorità, sommossa da numerose suggestioni dalla storia, dal mito, dalla natura, dal rapporto, stretto e nello stesso tempo disincantato, con l’esistente. La mostra alla Galleria Marchetti di San Daniele del Friuli ha segnato un punto nodale nella dinamica culturale della città collinare friulana, allargando l’area d’attenzione alla ricerca pittorica triestina in specie, mitteleuropea in generale, dove da tempo si segnala l’opera di questo artista, che ha il pregio di aver imboccato fin dagli esordi una via espressiva subito riconoscibile, per quella cifra compositiva che ha saputo costruire con metodo e rigore da una parte, con libertà ed estro poetico dall’altra.
Certo i maestri che ne hanno individuato il talento sono due punti fermi nella formazione dell’artista sia per la disciplina compositiva e i vari segreti della tecnica (Nino Perizi a Trieste) che per la scelta cromatica in piena sintonia con l’universo dei sentimenti (Emilio Vedova a Venezia), anzi sempre in linea con l’esigenza di dare corpo e luce al pensiero. Ma, in uno sguardo “filologico” all’opera di Cervi Kervischer, è interessante notare le modalità con cui ha incanalato in una seducente sintesi molteplici richiami culturali, che ha introiettato nella sua coscienza, cioè i segnali recepiti dall’arte centroeuropea, imperniata su alfieri della levatura di Egon Schiele, Gustav Klimt e Oskar Kokoschka. Nella maturazione umana ed evoluzione artistica sono poi decisive le vibrazioni intellettuali di un mondo orientale che ha il suo fulcro generatore in un’ampia mole di stimoli derivati dalle “filosofia indiana” del romanzo di Siddhartha, di Hermann Hesse. Uno dei tratti portanti di Cervi Kervischer è appunto la riflessione a monte del suo lavoro sulla superficie pittorica, che si presenta sempre come se le figure fossero immerse in un ambiente quasi liquido oppure in uno spazio completamente libero dalle forze di gravità. Il corpo umano, il più delle volte ridotto a torso, è una sorta di erma che dà l’idea di essere sul punto di muoversi da quella collocazione sulla tela e uscire dalla sagoma del quadro per un’affermazione di vitalità inscritta nelle numerose pulsazioni del colore, anche quando ha un’apparente intonazione monocromatica e sembra poggiare su una nervatura geometrica che ha perduto la propria definizione per una libera dialettica tra i riquadri di fondo, percorsi in verticale da sgocciolamenti che, nell’impianto complessivo, lasciano intravedere una profondità velata da sfumature multiple.
E in alcuni punti del piano dipinto emergono, come per un’esigenza di messa a fuoco dell’osservatore, lemmi e lettere o minime allusioni figurali dal valore simbolico, che raccontano il senso di un’interiorità fortemente sollecitata dai fatti della cronaca contemporanea e, nello stesso tempo, portata a sfrondare dalla realtà il “troppo e il vano” per coglierne l’essenza. Anzi da questo punto di vista, l’artista intercetta l’elemento di “presenza” – come la definisce Yves Bonnefoy – insito in ogni brano di realtà, in quella parte, spesso occultata dal sistema dei segni, alla vista e alla considerazione di chi si dispone a una lettura frettolosa dell’opera. È per questo che le tele di Cervi Kervischer hanno bisogno talora di più letture susseguenti per “dis-velarsi” nella loro fibra più interna. Esse sono in grado di produrre la metamorfosi dal dicibile all’ineffabile, dall’ invisibile all’ evidente, grazie a soggetti di immediata riconoscibilità figurale (simulacri di femminilità) che, in tal modo, funzionano da pretesto per un’immersione totale nel mondo intellettuale e nell’universo immaginifico dell’artista. Un discorso non marginale è quello della scrittura che molto spesso sembra emergere sulla tela da una profondità del pensiero, a cui quelle stesse parole o lettere si riferiscono portando all’attenzione di chi osserva il senso di un’ulteriorità significante, autentica sollecitazione a un approfondimento critico, a una condivisione oppure a una ricusazione da parte di chi in quelle tracce verbali non si riconosce.
Da questo punto di vista la pittura di Paolo Cervi Kervischer vive su una duplicità di motivazioni che convergono ogni volta in una sintesi caratterizzata dalla pregnanza del disegno, dalla sua sintonia con l’apparato specificamente pittorico, dal contesto compositivo aperto come una pagina da non leggere acriticamente, ma da sviscerare soprattutto nei suoi risvolti problematici. È per questo che la scelta del soggetto solitamente femminile, lungi dall’esaurirsi in una sosta casuale di calda sensualità, è un’indicazione di percorso, anche filosofico, nell’evidenza di peculiarità d’intelletto e di sentimento familiari al mondo delle donne, che anche quando si presentano nell’assenza di dettagli fisionomici, danno l’idea di avere una loro specifica identità che pulsa in quei corpi ridotti a volte in parvenze anatomiche oppure a busti, disposti su uno scenario della cronaca quotidiana, che può trasformarsi in storia. La mostra di San Daniele del Friuli si presenta come una sequenza labirintica di quinte teatrali, dalle quali può nascere l’illusione di un’imminente metamorfosi dei soggetti che dalla rappresentazione sulla superficie potrebbero passare, sotto la forza evocativa della pittura, a una materializzazione tridimensionale dentro lo spazio espositivo.
Enzo Santese





