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Il Cristo che volta le spalle

Le due opere di Antonello da Messina e di Omar Galliani in dialogo

Dunque ci siamo, da sabato 23 marzo 2024, Piacenza, la Primogenita, può onorarsi di una nuova primogenitura, questa volta in ambito artistico, attraverso un evento davvero unico. Il Cristo di spalle di Omar Galliani, soggetto mai visto prima nella plurimillenaria vicen­da dell’arte, si mostrerà in dialogo con l’Ecce Homo di Antonello da Messina. Silenzio, l’e­nigma del verso, questo il titolo di questa mo­stra – promossa da Collegio Alberoni e Piccolo Museo della Poesia – che “rischia” di entrare nella Storia dell’arte dall’ingresso principale. Dichiarazione roboante? Non credo, ecco cosa ha scritto sul catalogo la nota storica dell’arte Elena Pontiggia: “Galliani è uno degli artisti che possiedono maggiormente quella che i se­coli passati chiamavano inventio… dialogan­do con il capolavoro di Antonello da Messina del Collegio Alberoni di Piacenza, ma stac­candosene radicalmente, Galliani dipinge un Cristo di spalle, anzi che volta letteralmente le spalle all’umanità. È un’immagine sconvol­gente, che non ha precedenti nella millenaria storia dell’arte”.

C’è una parola greca, epochè, che indica al contempo sospensione del giudi­zio, ma mai rinuncia nel proseguire la ricerca; mi pare si adatti ad inquadrare le molteplici e controverse suggestioni che ci verranno da questa impresa artistica, come detto, del tutto inedita e audace. Si apre la settimana Santa, e in questi miei sessant’anni non ho memoria di un periodo così drammaticamente intriso di demoniaca brutalità e indifferenza tra gli es­seri umani. Quali significati intrinseci potrem­mo attribuire oggi alla parola umanità? Mai come prima possiamo empaticamente coglie­re quel volto dell’Ecce Homo di Antonello da Messina. Lì l’afflizione è interamente impre­gnata di rassegnazione. Il carnato ne accentua e cristallizza l’impotente terrenità, e spessore e sclerotizzazione lacrimale sono la testimo­nianza di un’immutabile resa. Ciò che rimane della dimensione cristologica è drammatica­ mente racchiuso nelle anguste pareti di una dualità: inane immolazione e attonito dolore.

ANTONELLO DA MESSINA, Ecce Homo o Cristo alla Colonna, cm 48,5 x 29,8, olio su tavola, 1475 (Collegio degli Alberoni, Piacenza – Foto Carlo pagani)

Dal Figlio di Dio ci giunge lacerante la confer­ma della natura enigmatica del Male, dall’Uo­mo ci viene la fratellanza di una sofferenza ineludibile, a cui non sembrerebbe possibile sottrarsi. Il Sacrificio, che da lì a poco istanti si compirà, sarà uno straziante e sovversivo evento della Storia che tuttavia non contiene in sé alcuna promessa di Salvezza e Reden­zione. Se dovessimo sintetizzare allo stremo, il Cristo Uomo di Antonello rappresenta uno scrigno di domande inevase. Un capolavoro assoluto della Storia dell’Arte che si pone di fronte alle nostre interrogazioni, totalmente, e forse volutamente, disarmato di risposte. Il Cristo di spalle di Omar Galliani, è pregno di silente eufonia. Neanch’esso offre risposte, anzi. È forse il riflesso di come l’umanità av­verta il distacco colpevole che essa stessa ha generato, e perciò se lo rappresenta nel Cristo che ci volge le spalle? È invece un rinnova­to invito a seguirlo, finalmente? Quest’opera, di quale tempo ci parla, del ricongiungimento col Padre, un istante dopo la morte per croci­fissione o, al contrario, è il Cristo della nostra contemporaneità che offre di sé un’immagine perlomeno spiazzante? Questo dipinto spri­giona Mistero, convivono al contempo sim­bologie apparentemente contrastanti, per non dire contraddittorie.

La corona di spine, che qui parrebbe di bronzeo accanimento, è forse un monito a non dimenticare il Sacrificio che Dio, attraverso suo Figlio, ha donato al mon­do come antinomica Carne in contrasto ad un Male imperante. Il cielo di stelle – tanto caro a Galliani – al contrario, effonde ritrovata eu­ritmia. Forse la chiave interpretativa di una possibi­le conciliazione tra opposti, risiede nell’Alfa e Omega che Galliani ha posto alla base di que­sto dipinto. Concludo ricordando a me stesso un celebre capolavoro del Novecento che per significati simbolici mi pare speculare al Cri­sto di spalle di Galliani; mi riferisco all’Ange­lus Novus di Paul Klee, più noto con l’appella­tivo di Angelo della Storia. Nell’interpretazione celeberrima di Benja­min questa figura stilizzata rappresenterebbe un angelo i cui occhi spalancati vedrebbero, laddove noi vediamo una catena di eventi, un’unica immane catastrofe. L’angelo vorreb­be trattenersi, risvegliare i morti e riparare a ciò che è stato distrutto. Ma una tempesta (che rappresenta il progresso) sta soffian­do dal Paradiso ed ha ingabbiato le sue ali con una tale violenza che egli non può resi­sterle, sospinto suo malgrado nel futuro … “Donavo gli occhi e le lacrime, ora le spalle e i capelli. Ma c’è unione tra lo spazio ed il tempo, non dualità tra il principio e la fine. Alfa e Omega, circolarità, in un cielo stellato di velato silenzio”.

Massimo Silvotti

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