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Vita maledetta di Benvenuto Cellini

Alessandro Masi, segretario generale di una delle massime istituzioni italiane, la Socie­tà Dante Alighieri, ma anche attento storico dell’arte e profondo conoscitore della realtà culturale contemporanea, ha da poco pubbli­cato per l’editore Neri Pozza questa Vita ma­ledetta di Benvenuto Cellini, appassionante come un romanzo e insieme rigorosa come un vero saggio storico che, pur rispettando alla lettera il testo celliniano, lo “traduce” in un linguaggio più snello e leggibile da tutti. La Vita, che già circolava manoscritta alla metà del XVI secolo e che è stata pubblicata per la prima volta nel 1728, può essere considerata come uno dei massimi capolavori della nostra prosa cinquecentesca e nello stesso tempo una delle autobiografie d’artista più interessanti di tutta la nostra letteratura che mischia i generi più diversi, dalla novellistica alla letteratura erotica, dai libri picareschi alle riflessioni cri­tiche e agli aneddoti su quasi tutti i “colleghi” che Benvenuto ha conosciuto nel corso della sua esistenza e sui quali non risparmia battute al veleno, a cominciare da Baccio Bandinelli, un “buaccio” rozzo e presuntuoso, per passare a Vasari, ingrato, pederasta e affetto “certe ro­gnette secche” con le quali andava infettando tutti quelli che gli capitavano a tiro o al Ba­chiacca (Franceso Ubertini) innamorato perso di una cortigiana che lo tradiva in continua­zione e lo umiliava davanti a tutti e per finire al Rosso Fiorentino, ingrato anche lui e che aveva approfittato da giovane dell’ospitalità del Nostro ma poi a Parigi aveva fatto finta di non conoscerlo.

Ma anche il quadro che Benvenuto (Firenze 1500-1571), sostenuto da un ego smisurato, offre di sé stesso è per lo meno sorprenden­te, perché egli si presenta certo come il più grande orafo di tutti i tempi e come uno scul­tore secondo soltanto a Michelangelo; come un eroe che praticamente da solo, ha tenuto testa a suon di cannonate alla furia dei lan­zichenecchi che assediavano Castel S. Angelo e, precursore del Conte di Montecristo, è ri­uscito a fuggire come nessun altro prima di lui dalle “segrete” del Castello. Ma non nega neppure di essere un assassino, un bisessua­le con pericolose tendenze verso la pedofilia, frequentatore assiduo di cortigiane e fanciulle e fanciulli usati come servette o paggi e dai quali aveva contratto anche la sifilide. E Masi riporta fedelmente tutte queste avventure, ma spogliandole di qualche enfasi e circonlocu­zione di troppo, rende il testo ancora più ap­passionante. Oltre a farsi apprezzare per una prosa estre­mamente diretta e sempre “sul pezzo” quest’o­pera offre uno straordinario spaccato delle corti europee del XVI secolo, piene di intrighi, maneggi, delitti ma soprattutto, raccontata da un testimone in prima persona, descrive come meglio non si potrebbe l’alienazione vissuta dagli artisti cinquecenteschi, non più sempli­ci artigiani ma ancora non pienamente rico­nosciuti come intellettuali e ridotti anzi alla posizione frustrante di cortigiani alla continua mercé dei capricci dei Signori di turno e che potevano, da un momento all’altro, precipita­re da una condizione quasi principesca ad una umiliante e servile.

Un altro dei principali meriti del libro di Ales­sandro Masi è quello di inserire sempre in modo puntuale le vicende personali del Cel­lini all’interno della realtà a lui contempora­nea, tratteggiata in modo preciso ed efficace, così che il lettore ha sempre un quadro esatto del contesto storico in cui le vicende stesse si sono sviluppate. E sembra allora di conoscerli questi Pontefici, dal tormentato Clemente VII al subdolo e perfido Paolo III; questi loro pa­renti e figli spuri spesso più influenti dei papi stessi; o i Principi e Sovrani da Firenze a Pa­rigi, spesso onnipotenti in pubblico e succubi dell’amante di turno in privato. E dunque il li­bro di Alessandro Masi va letto tutto d’un fiato perché riesce a tratteggiare in modo sintetico, ma esaustivo, non solo la vita “scellerata” di un grandissimo artista ma anche cinquant’an­ni di storia europea tra le più intricate e inte­ressanti dell’Evo moderno.

Sergio Rossi

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