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La presenza di Piero Manzoni in terra danese

Nato a Soncino / Cremona nel 1933, morto a trent’anni a Milano nel 1963, nel suo breve arco esistenziale ha modo di mettersi in luce nel panorama anche internazionale dell’arte contemporanea con la forza delle sue perfor­mance provocatorie, tese soprattutto a una rivisitazione critica del già acquisito. La più dissacrante di tutte è la creazione della Merda d’artista del 1961: una serie di 90 scatolette con 30 grammi di feci “conservate al naturale” e messe in vendita al prezzo corrente dell’oro. L’opera giudicata sulle prime, da una critica superficiale, una volgarità gratuita, contiene invece i sensi concettuali di una riflessione che affonda lo sguardo nella mitologia, nella psicanalisi e condanna certe tendenze feticiste dell’artista in genere. Prima di questo, però, Manzoni ha maturato una ricerca che ha in­teressato vari operatori dell’arte e galleristi, anche grazie al suo impegno nella rivista “Azi­muth”, fondata insieme all’amico Enrico Ca­stellani. Dopo un inizio dedicato a scenari di sagome antropomorfe e da impronte di oggetti comuni, comincia ad apprezzare i monocromi di Yves Klein che gli ispirano superfici dove l’assenza figurale è compensata dal protago­nismo di una matericità complessa: nei suoi Achromesla tela impregnata di caolino si cari­ca di elementi diversi dislocati lungo le incre­spature della superficie: fibra di vetro, ritagli di feltro e lacerti di spugna sintetica. È l’an­ticipo di un’adozione convinta dell’espressio­ne concettuale, dove l’importanza dell’opera è posposta all’idea che la origina. Verso la fine degli anni ’60 crea una serie di “disegni” in cui domina la Linea, lunga riga tracciata ad inchiostro su rotoli di carta inseriti in scatole cilindriche.

La prima in assoluto è quella del luglio 1960, quando proprio in Danimarca, precisamente a Herning, nella parte centrale dello Jutland, con l’aiuto di alcuni assistenti e grazie agli spazi messi a disposizione dalla tipografia del quotidiano Heming Avis, segna su un rullo di carta da stampa di circa 202 chili una linea lunga 7200 metri, poi rinchiu­so ermeticamente in un contenitore di zinco e piombo e oggi esposto all’Heart (Museo d’Arte Contemporanea della città che, oltre a questa, possiede ben altre 42 opere di Manzoni). Nel progetto dell’artista la lunghezza delle linee prodotte in successione sarà corrispondente a quella della circonferenza terrestre. Ora sareb­be certo importante che l’Heart, nella ricor­renza dei 90 anni dalla nascita e dei 60 dalla morte, gli dedicasse una rassegna contenente le esperienze più significative dell’evoluzione artistica manzoniana. Il rapporto con il centro danese è per l’artista estremamente stimolante e lo porta ad amare particolarmente il soggiorno dove viene accu­dito, coccolato e fornito di ogni cosa serva a una ricerca che si fa sempre più fervida di ri­sultati. Oltre alla Linea e agli Achromes, nel primo periodo di residenza in terra nordica fa entrare in gioco nella dinamica dell’opera il getto d’aria, che fa ruotare su se stesso, per esempio, il Corpo di luce assoluto e la Scul­tura nello spazio, fatta da palloni sorret­ti in alto appunto da getti d’aria compressa. Durante il secondo soggiorno dell’anno se­guente, vengono create opere come, dove la cifra ironica di Manzoni si esprime in tutta la sua potenza provocatoria, tipica di un intel­lettuale che non ha atteggiamenti fideistici nei confronti dell’arte, ma che anzi ad ogni piè sospinto è pronto a discuterne i limiti e le dif­ficoltà molteplici relative al ruolo a volte sbia­dito e ambiguo dell’artista. È il caso di So­cle du Monde, un parallelepipedo di ferro che nell’estate del ’61 Piero Manzoni colloca nel giardino antistante la fabbrica Angli, a Her­ning; nel titolo specifica: Hommage à Galileo, come segno di massima attenzione all’arte del rovesciamento, quello avvenuto con le scoper­te galileiane e con il capovolgimento di pro­spettiva copernicano.

Manzoni, d’altro canto, è sempre attratto dalle questioni astronomiche e in genere dalle magie dell’universo. L’opera in acciaio, fa parte della serie delle “basi ma­giche”, concepite con lo scopo di trasforma­re via via in opera d’arte chiunque salga sul piedistallo. Questo peraltro risulta capovolto rispetto all’osservatore e dà quindi l’idea di sostenere l’intero globo terrestre; in tal manie­ra è il mondo stesso a diventare opera d’arte.

Enzo Santese

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