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Coraggio e passione di Artemisia Gentileschi

ARTEMISIA GENTILESCHI, Corisca e il satiro (particolare), cm 155 x 210, olio su tela,1635
ARTEMISIA GENTILESCHI, Corisca e il satiro (particolare), cm 155 x 210, olio su tela,1635

Si è aperta il 16 novembre al Palazzo Ducale di Genova la mostra d’arte Coraggio e Passio­ne dedicata ad Artemisia Gentileschi, figura d’eccezione nella storia dell’arte e nel prota­gonismo femminile in generale. Sono presenti nelle sale 50 opere provenienti da diverse col­lezioni di tutto il mondo, che danno un quadro sufficientemente ampio della sensibilità e del­le capacità pittoriche di quest’artista, nata a Roma nel 1593. Eppure la rivalutazione della bravura di Artemisia è in fondo recente e risale al 1916, quando venne pubblicato uno studio giovanile di Roberto Longhi, critico e storico dell’arte italiano, dal titolo “Gentileschi padre e figlia”. Quali elementi hanno impedito o ral­lentato un giusto e anticipato riconoscimento delle abilità di Artemisia? Innanzitutto la figu­ra di un padre ingombrante, attento maestro del talento della figlia, perché anch’egli pittore ma troppo presente nella vita della ragazza. In questo delicato ruolo di padre e maestro Orazio mette a disposizione di Artemisia tut­to il suo sapere sulla fabbricazione dei colori, sull’uso di polveri e pigmenti, sull’uso dell’olio e dei pennelli, avviando un sodalizio collabo­rativo che utilissimo nel processo di apprendi­mento non faciliterà né una corretta attribu­zione delle opere né una significativa distanza tra i due stili che rimarranno molto simili e affini. Altro elemento responsabile di un man­cato riconoscimento dell’arte di Artemisia è stata la questione di genere, l’essere insomma donna in un mondo dominato da uomini, an­che nelle arti. Se poi all’essere donna aggiun­giamo anche uno stupro subito proprio da un pittore (un amico del padre, incaricato di in­segnare la prospettiva; personaggio ambiguo e discutibile anche se abile nel suo mestiere), e un processo pubblico che lascia sempre om­bre e sospetti sulla figura femminile, sulle sue colpe, diventa chiaro come il nome di Artemi­sia Gentileschi sia noto per vicende estranee all’arte piuttosto che per la sua pittu­ra. Eppure la sua bravura era innega­bile e riconoscibile, lo stesso genitore orgogliosamente così ne riferiva in una lettera del 1612: «Questa femina, come è piaciuto a Dio, avendola driz­zata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fat­te opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere». A 19 anni dunque Arte­misia è alla pari se non superiore per conoscenze e talento a tanti pittori del suo tempo. E con tenacia e forza d’a­nimo incredibili, con il passare degli anni, scrollandosi di dosso il trauma della violenza e la vergogna del processo, ri­esce a conquistarsi un significativo spazio di lavoro, ottiene committenze pubbliche e pri­vate, realizza lavori importanti a Firenze, Roma, Venezia, Napoli, riceve apprezzamenti anche da artisti del suo tempo. Quando muo­re a Napoli nella peste del 1656 può essere soddisfatta dei risultati ottenuti come donna, artista e madre. La mostra di Genova, divisa in dieci sezioni, attraversa tutte le fasi della produzione dell’artista, prendendo il via da quelle giovanili come Susanna e i vecchioni del 1610, ( olio su tela, 170 x 119 cm, colle­ziome Graf von Schönborn, Pommersfelden). Nell’opera la fanciulla ascolta con orrore una proposta lasciva che le viene da due persone anziane, il gesto di torsione del busto, di rifiu­to e ribellione delle mani accentuano una con­dizione di fragilità e impotenza che Artemisia sa leggere e rappresentare. Ironia della sorte, appena un anno dopo, la giovane vivrà di per­sona il dramma della violenza sessuale. Le opere successive a questo episodio presentano spesso eroine decise a compiere gesti decisi, anche violenti se necessario: Giuditta e Olofer­ne 1620, Giaele e Sisara1620, Ester e Assuero 1620, e l’adesione ad un ruolo femminile for­te, non più disposto a subire riappare anche molto più tardi. Quasi trenta annui dopo in Judith e la sua cameriera Abra con la testa di Oloferne (olio su tela, 272×221, 1650). Anche la sensualità viene vissuta con una nuova con­sapevolezza: non è più elemento di debolezza da difendere ma segno di forza, con il quale sfruttare piuttosto le debolezze maschili. Ba­stano due lavori a conferma di questa matu­razione intervenuta nella donna e fatta pro­pria dall’artista: Corisca e il satiro del 1635, e Cleopatra 175,5 cm x 117 cm, olio su tela, 1635 circa. Nella prima un satiro cerca di pie­gare Corisca alle sue voglie con offerte e doni, ma la ragazza non è spaventata né disgustata. Ha un’espressione sicura e ironica di chi sa di avere un potere dominante che intende usare a suo vantaggio. Nel dipinto di Cleopatra tro­viamo la celebrazione di quella bellezza che la storia e il mito popolare hanno immortalato, insieme a una forza interiore che appare evi­dente anche nella morte. La regina egiziana, uccisa dal serpente che ancora si muove ac­canto a lei, non ha negli occhi né paura né rabbia, sembra serena, composta in una con­dizione scelta non imposta. E la drammaticità della scena, che suscita il dolore delle donne alla sinistra di Cleopatra, nulla toglie alla pla­stica bellezza della sua figura. Ad assecondare l’elemento drammatico che caratterizza molti dei lavori di Artemisia, era stato sicuramente il padre che a sua volta era stato influenzato dal Caravaggio. E questo gioco di luci ed om­bre ritorna anche in alcuni lavori destinati a chiese e luoghi religiosi: pensiamo a San Gen­naro nell’anfiteatro di Pozzuoli, un lavoro di grandi dimensioni, 300×200, olio su tela del 1636-37 dove la luce proiettata solo sul centro della figura del santo è avvolta tutto intorno da ombre e dolore. Eppure Artemisia sa essere anche dolce e fortemente espressiva nei ritrat­ti e negli autoritratti, nelle scene sacre (vedi Madon­na col bambino del 1610) o come in quelle profane, l’ammiravano e le com­missionavano con fiducia ritratti e tele con soggetti storici o religiosi. L’essere donna certo l’ha messa un po’ in ombra anche nei se­ coli successivi, ma questo terzo millennio le sta rendendo merito con libri che ne riprendo­no la storia ed eventi d’arte che ridanno ai suoi lavori la giusta visibilità. La mostra di Genova rimarrà aperta fino al primo aprile 2024.

Mario Giannatiempo

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