
Si è aperta il 16 novembre al Palazzo Ducale di Genova la mostra d’arte Coraggio e Passione dedicata ad Artemisia Gentileschi, figura d’eccezione nella storia dell’arte e nel protagonismo femminile in generale. Sono presenti nelle sale 50 opere provenienti da diverse collezioni di tutto il mondo, che danno un quadro sufficientemente ampio della sensibilità e delle capacità pittoriche di quest’artista, nata a Roma nel 1593. Eppure la rivalutazione della bravura di Artemisia è in fondo recente e risale al 1916, quando venne pubblicato uno studio giovanile di Roberto Longhi, critico e storico dell’arte italiano, dal titolo “Gentileschi padre e figlia”. Quali elementi hanno impedito o rallentato un giusto e anticipato riconoscimento delle abilità di Artemisia? Innanzitutto la figura di un padre ingombrante, attento maestro del talento della figlia, perché anch’egli pittore ma troppo presente nella vita della ragazza. In questo delicato ruolo di padre e maestro Orazio mette a disposizione di Artemisia tutto il suo sapere sulla fabbricazione dei colori, sull’uso di polveri e pigmenti, sull’uso dell’olio e dei pennelli, avviando un sodalizio collaborativo che utilissimo nel processo di apprendimento non faciliterà né una corretta attribuzione delle opere né una significativa distanza tra i due stili che rimarranno molto simili e affini. Altro elemento responsabile di un mancato riconoscimento dell’arte di Artemisia è stata la questione di genere, l’essere insomma donna in un mondo dominato da uomini, anche nelle arti. Se poi all’essere donna aggiungiamo anche uno stupro subito proprio da un pittore (un amico del padre, incaricato di insegnare la prospettiva; personaggio ambiguo e discutibile anche se abile nel suo mestiere), e un processo pubblico che lascia sempre ombre e sospetti sulla figura femminile, sulle sue colpe, diventa chiaro come il nome di Artemisia Gentileschi sia noto per vicende estranee all’arte piuttosto che per la sua pittura. Eppure la sua bravura era innegabile e riconoscibile, lo stesso genitore orgogliosamente così ne riferiva in una lettera del 1612: «Questa femina, come è piaciuto a Dio, avendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere». A 19 anni dunque Artemisia è alla pari se non superiore per conoscenze e talento a tanti pittori del suo tempo. E con tenacia e forza d’animo incredibili, con il passare degli anni, scrollandosi di dosso il trauma della violenza e la vergogna del processo, riesce a conquistarsi un significativo spazio di lavoro, ottiene committenze pubbliche e private, realizza lavori importanti a Firenze, Roma, Venezia, Napoli, riceve apprezzamenti anche da artisti del suo tempo. Quando muore a Napoli nella peste del 1656 può essere soddisfatta dei risultati ottenuti come donna, artista e madre. La mostra di Genova, divisa in dieci sezioni, attraversa tutte le fasi della produzione dell’artista, prendendo il via da quelle giovanili come Susanna e i vecchioni del 1610, ( olio su tela, 170 x 119 cm, colleziome Graf von Schönborn, Pommersfelden). Nell’opera la fanciulla ascolta con orrore una proposta lasciva che le viene da due persone anziane, il gesto di torsione del busto, di rifiuto e ribellione delle mani accentuano una condizione di fragilità e impotenza che Artemisia sa leggere e rappresentare. Ironia della sorte, appena un anno dopo, la giovane vivrà di persona il dramma della violenza sessuale. Le opere successive a questo episodio presentano spesso eroine decise a compiere gesti decisi, anche violenti se necessario: Giuditta e Oloferne 1620, Giaele e Sisara1620, Ester e Assuero 1620, e l’adesione ad un ruolo femminile forte, non più disposto a subire riappare anche molto più tardi. Quasi trenta annui dopo in Judith e la sua cameriera Abra con la testa di Oloferne (olio su tela, 272×221, 1650). Anche la sensualità viene vissuta con una nuova consapevolezza: non è più elemento di debolezza da difendere ma segno di forza, con il quale sfruttare piuttosto le debolezze maschili. Bastano due lavori a conferma di questa maturazione intervenuta nella donna e fatta propria dall’artista: Corisca e il satiro del 1635, e Cleopatra 175,5 cm x 117 cm, olio su tela, 1635 circa. Nella prima un satiro cerca di piegare Corisca alle sue voglie con offerte e doni, ma la ragazza non è spaventata né disgustata. Ha un’espressione sicura e ironica di chi sa di avere un potere dominante che intende usare a suo vantaggio. Nel dipinto di Cleopatra troviamo la celebrazione di quella bellezza che la storia e il mito popolare hanno immortalato, insieme a una forza interiore che appare evidente anche nella morte. La regina egiziana, uccisa dal serpente che ancora si muove accanto a lei, non ha negli occhi né paura né rabbia, sembra serena, composta in una condizione scelta non imposta. E la drammaticità della scena, che suscita il dolore delle donne alla sinistra di Cleopatra, nulla toglie alla plastica bellezza della sua figura. Ad assecondare l’elemento drammatico che caratterizza molti dei lavori di Artemisia, era stato sicuramente il padre che a sua volta era stato influenzato dal Caravaggio. E questo gioco di luci ed ombre ritorna anche in alcuni lavori destinati a chiese e luoghi religiosi: pensiamo a San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli, un lavoro di grandi dimensioni, 300×200, olio su tela del 1636-37 dove la luce proiettata solo sul centro della figura del santo è avvolta tutto intorno da ombre e dolore. Eppure Artemisia sa essere anche dolce e fortemente espressiva nei ritratti e negli autoritratti, nelle scene sacre (vedi Madonna col bambino del 1610) o come in quelle profane, l’ammiravano e le commissionavano con fiducia ritratti e tele con soggetti storici o religiosi. L’essere donna certo l’ha messa un po’ in ombra anche nei se coli successivi, ma questo terzo millennio le sta rendendo merito con libri che ne riprendono la storia ed eventi d’arte che ridanno ai suoi lavori la giusta visibilità. La mostra di Genova rimarrà aperta fino al primo aprile 2024.
Mario Giannatiempo




