Home Arte L’instancabile sperimentalismo di Gerhard Richter

L’instancabile sperimentalismo di Gerhard Richter

GERHARD RICHTER, 192 Farben (particolare), cm 200 x 150, olio su tela, 1966

GERHARD RICHTER, 192 Farben (particolare), cm 200 x 150, olio su tela, 1966

Fa notizia in tutto il mondo dell’arte il fatto che Richter abbia deciso di dare in prestito al Mu­seum des Jahrhunderts di Berlino un centinaio delle sue opere, un gesto che quasi sicuramente si trasformerà in una donazione. La cosa col­pisce perché non solo l’artista tedesco è tra i più famosi protagonisti dell’arte contempora­nea, ma anche tra i più quotati nel mercato. E bisogna ammettere che l’aspetto mercantile in questi ultimi anni contribuisce ad accrescere velocemente la fama di qualcuno. Non è però il caso di Richter, diventato famoso grazie a una ricerca artistica basata su tre direttive fonda­mentali: il rapporto con la storia, lo studio del colore, il confronto con la realtà. Questi ele­menti sono diventati nel tempo contenuti tema­tici delle sue opere, sviluppate in alcuni casi per nuclei e gruppi omogenei, ma senza una netta linea divisiva, nella consapevolezza che inevi­tabilmente pensieri e sentimenti sono intreccia­ti in modo costante, in un fieri continuo che ora privilegia gli uni ora gli altri.

Il rapporto con la storia tocca la vita stessa dell’artista che, nato nel 1932 a Dresda, ha modo di provare l’incubo dei bombardamenti, vedere la fine della guerra, la ritirata dei tede­schi, l’arrivo dei russi e la progressiva nascita della guerra fredda. Se aggiungiamo le morti di due zii in guerra, un disadattamento irrecupe­rabile del padre dopo il ritorno dalla prigionia ed altre dolorose vicende, appare evidente che la storia è parte della vita di Gerhard e non può non trasferirsi anche nelle sue opere, seppure come emozioni e paura, come critica e demo­nizzazione.

Possono bastare a riguardo le quat­tro grandi opere del ciclo Birkenau dedicato all’Olocausto. Lo studio del colore, significa attenzione e ri­flessione sul ruolo che le declinazioni cromati­che possono svolgere in mondo ove ormai non concorrono a dare forma ma possono essere esse stesse forma e sostanza. L’artista tedesco sperimenta in modo ampio e rigoroso la fun­zione del colore, ora stendendolo e contami­nandolo in forma astratta, ora ricomponendolo in geometrie selettive e scientifiche, ispirandosi alla pop art. Come dimenticare i lavori di Co­lour Charts? Ma sicuramente il dato più carat­terizzante di tutta la ricerca di questo artista è l’approfondimento del rapporto dell’arte, della sua arte con la realtà. Egli sa bene che inevita­bilmente il mondo reale è non solo il contesto in cui vive l’artista ma è anche l’insieme di sti­moli che ne determinano le scelte, i gesti. Di qui una sorta di attrazione e repulsione nello stesso tempo, una spinta a rappresentarlo e a cancel­larlo, a guardarlo e nasconderlo. Questa duplice pulsione spiega lo strano rapporto di Gerhard con la fotografia, che spesso viene usata come base per tanti lavori in cui l’immagine affiora e sparisce, sepolta da vernice o graffiata fino ad essere cancellata, oppure ispira per con­trapposizione una pit­tura iperrealistica che lascia interdetti per­ché più precisa e fede­le di una foto. Questo strano rapporto con la fotografia comincia negli anni ‘60 attraverso una disordinata rac­colta di fotografie di ogni tipo e continua poi con una sorta di catalogazione di foto-bilder, foto pitture, in cui il documento e l’impulso ar­tistico, la storia del presente e quella personale trovano una sintesi (vedi la serie 18 Oktober 1977, un gruppo di 15 tele realizzate nel 1988 da foto d’epoca relative al suicidio di alcuni terroristi della Baader-Meinhof).

Insomma Richter merita un’attenzione costan­te perché la sua ricerca attraversa l’arte speri­mentando e innovando senza sosta, cercando vie più adeguate ad esprimere una visione del mondo problematica e precaria insieme. Non sempre i critici sono stati generosi nei suoi con­fronti, trovando dispersivo e troppo disconti­nuo il suo percorso artistico, ma questo non ha fermato la vivacità indagativa dell’artista di Dresda che, pur avendo superato i novant’anni, non smette di stupire e suscitare interesse.

Mario Giannatiempo

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