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Riflessi africani nell’arte del novecento

Una mostra ospitata a Trieste dal 25 marzo al 30 aprile del 2023 analizzerà l’influenza che la cultura africana ha avuto sull’arte fi­gurativa del novecento, le contaminazioni ri­conoscibili in tante opere di grandi artisti del periodo. Come mai un’arte povera e semplice come quella africana ha potuto contaminare una creatività così evoluta come quella eu­ropea e americana? La risposta è semplice: per un’esigenza ineludibile di rinnovamento, una provocatoria dissacrazione del passato.

PABLO PICASSO, Femme nue (particolare), cm 92 x 43, olio su tela, 1907

Quando all’inizio del secolo scorso diventano ingestibili i grandi contrasti sociali ed econo­mici e la borghesia mostra una profonda in­voluzione indirizzata verso il profitto, nasce per reazione un rifiuto della cultura borghese dominante, una rivoluzione tesa a cancellare quanto di accademico, istituzionale, e dun­que falso e retorico sopravvive in un’arte autocelebrativa. Il rinnovamento abbraccia tutta la cultura del primo novecento tesa alla ricerca di una semplicità autentica, una sa­cralità della forma che non ubbidisca più a canoni anacronistici, ma nello specifico l’arte comincia a guardare con curiosità e nuovo ri­spetto sia al passato lontano, a quella espres­sività ingenua delle culture primitive, sia a un presente artistico meno evoluto e pertanto più genuino come quello del mondo culturale africano, mantenendo a lungo, fino ai nostri giorni, un interessante rapporto dialettico.

La mostra di Trieste, ospitata al Magazzino 26, propone una serie no­tevole di ope­re d’artisti che si sono ispi­rati a forme iconografiche africane: Ma­tisse, Picasso, Magritte, Modiglia­ni, Calder, Basquiat, Braque, Dalì e tanti altri ancora; ma che cosa hanno copiato e con quale effetto l’ar­te moderna e quella contemporanea? E che cosa hanno la­sciato in quanto in­traducibile e non tra­sferibile? Partiamo dal rapporto tra il cubismo e l’antropomorfismo alterato della maschera o della scultura in le­gno di diversi paesi africani. L’arte europea cercava un modo per scomporre e destruttu­rare la figura e ha visto nella rappresentazio­ne innaturale della creatività dell’Africa nera una possibile espressività alternativa e libe­ratoria. Ma ciò che ha copiato ha preso una nuova vita, ha assunto valenze simboliche del tutto estranee ai valori originali. Picasso, in generale, quando si ispira alle maschere del continente nero, ne assume le alterazioni fisiognomiche per rappresentare una figura umana fragile e problematica, ignorandone volutamente la natura fortemente religiosa, la valenza tribale, totemica e quindi simbo­lica. La contaminazione è sicuramente un processo di arricchimento, di rivitalizzazio­ne, di ripresa e rinascita, ma ogni passaggio da una cultura all’altra rischia di compro­mettere lo spirito originario di quanto è stato importato. La cultura africana delle origini aveva una dimensione interiore sconosciuta ai paesi industrializzati, non sentiva il biso­gno di firme, perché non era mai apparte­nuta al singolo. Aveva un alto coefficiente di magia, di superstizione, di spiritualità, non si realizzava come gesto artistico liberato­rio, quanto piuttosto propiziatorio sia per la vita che per la morte. Gli artisti moderni che ne hanno subito l’influenza hanno usa­to i prestiti adattandoli a una rilettura meno

interiore, più estetica. I visi e i colli allungati di Modigliani sono sicuramente influenzati dall’iconografia del terzo mondo, ma espri­mono una malinconica enigmaticità, estra­nea alla cultura di quei paesi. Il Poster per commedianti di Paul Klee del 1938 ricalca i disegni mangbetu del Congo, ma rilegge in una nuova ridistribuzione dello spazio e del segno quella che voleva essere solo una ingenua rappresentazione di attività e movi­menti quotidiani. Anton Pavsner ripropone motivi delle maschere della Costa d’Avorio in audaci volumetrie tridimensionali, e il fa­moso fotografo Man Ray sente il bisogno di inserire in foto dedicate alla moda elemen­ti della cultura congolese come in Femme e Mode au Congo 1937. Basquiat, contamina le maschere con i cromatismi della street art. Insomma l’Africa ha influenzato l’arte del novecento, ma è stata riletta e adattata. E oggi? Siamo in un mondo del tutto diverso. Se ieri si poteva parlare di una cultura afri­cana, oggi è doveroso parlare di un’arte più matura che ha nomi e cognomi da propor­re al mercato di collezionisti e appassionati come Chéri Samba (Congo), Ben Enwonwu (Nigeria), El Anatsui (Ghana), Marlene Du­mas (Sud Africa), Gérard Sekoto (Sud Afri­ca), Njideka Akunyili Crosby (Nigeria), Julie Mehretu (Etiopia), Chéri Cherin (Congo), Ibrahim Mahama (Ghana), Amoako Boafo (Ghana), per citare solo i più conosciuti. Ri­mangono riconoscibili alcuni elementi della cultura di origine; sicuramente il confronto interculturale ha dato alla creatività africana un linguaggio più complesso e moderno ma il dialogo è diventato meno magico.

Mario Giannatiempo

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