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Giulio Paolini “testimone” dell’opera d’arte

A Torino, dal 28 ottobre 2021 al 22 gennaio 2022, presso lo Studio per l’Arte contemporanea Tucci Russo, è aperta ai visitatori la mostra Qui (da lontano) di Giulio Paolini, uno dei protagonisti dell’Arte Povera italiana. L’artista è nato a Genova nel 1940, ma vive nel capoluogo piemontese dal 1952 e qui ha frequentato l’Istituto tecnico per le Arti Grafiche e Fotografiche. La sua prima apparizione pubblica è del 1960 con un lavoro rimasto fondamentale sia per la storia artistica di Paolini che per quella dell’Arte Povera e Concettuale italiana: Disegno geometrico, una tela bianca squadrata con inchiostro. Apparentemente nulla di straordinario: era stata applicata alla tela un’azione solitamente risolta su di un foglio di carta, eppure non sfuggì agli addetti ai lavori la portata della provocazione, la filosofia sottesa al gesto di Paolini, che nel 1964 realizza la prima mostra personale a Roma presso la Galleria “La Salita”.

Gli anni sessanta lo vedono impegnato in una serie di lavori in cui elementi grafici e fotografici si associano continuamente in una sperimentazione che da una parte vuole indagare il senso del tempo e dello spazio, dall’altra vuole imporre come protagonisti dell’opera d’arte gli stessi strumenti dell’arte.

Di qui forse deriva, e più correttamente, una lettura di Paolini come esponente di un’arte concettuale che pur condividendo la semplicità rivoluzionaria dell’Arte Povera, ne affina però l’elemento speculativo, simbolico. Le ricerche che portarono negli anni successivi alla serie de La teoria delle apparenze a quella de La Doublure, denotano una precisa volontà di indagare lo spazio, coglierne la realtà e insieme la mutevolezza, il carattere indefinito e sfuggente.

Ma tutta la sua ricerca, da Disegno geometrico a Qui (da lontano) ruota intorno a concetti cardine che possono anche non essere condivisibili, ma che in ogni caso hanno costretto l’osservatore dei suoi lavori a formulare domande, a riflettere insomma sul ruolo dell’arte. Ma quali dunque i punti di forza dell’arte di Giulio Paolini? Possiamo farceli chiarire dalle sue stesse parole rilasciate in una intervista di

Sky art del 2 maggio 1919 in occasione della sua mostra “Del Bello Ideale” alla Fondazione Carriero a Milano.“Sono testardamente convinto di una cosa che nei confronti della realtà, cioè del mondo reale, l’artista non debba essere né attirato né coinvolto, non è lui a decidere, e a scegliere che cosa rappresentare, è l’opera stessa che gli appare: in questo senso dunque non si vede perché l’artista debba commentare ciò che gli sta intorno”. L’artista è una persona, e ha le sue convinzioni o le sue preferenze, però finché le esprime a titolo personale va bene, se le infonde nell’opera allora non va più bene perché allora trasgredisce all’autorità dell’opera…L’artista si ritenga un testimone della sua opera non l’autore… L’opera arriva da sé, c’era già, l’artista la scopre, la fa sua, nel senso che è il primo a poterla avvistare, quindi se la attribuisce… Mai ritenere che quella dell’artista sia una riposta, tutt’al più una proposta che rimane inevitabilmente senza risultato.”

Dunque Paolini porta ancora più in là il discorso di negazione dell’arte, di quella paludata o riconosciuta, di quella ufficiale e commercializzata, che aveva già trovato voce nei diversi manifesti delle avanguardie novecentesche e arriva non solo a negare l’arte ma l’artista, cui affida un compito minimale e testimoniale. Siamo di fronte a una contraddizione almeno formalmente insanabile: i suoi lavori ci parlano di un’arte concettuale estremamente ragionata nella scelta e nell’accostamento dei materiali, nella composizione installativa, eppure nega l’arte come creazione e l’artista come creatore! Come trovare una sintesi, un punto di equilibro, anche se dinamico, che possa coniugare il successo artistico di opere che appaiono costruite nel rigore di uno studio esasperato dello spazio, con parole che nello stesso tempo negano il ruolo dell’artista? Prendiamo in esame l’opera In Orbita (2021) esposta nella prima sala dello spazio espositivo Tucci Russo: due mani, una rivolta verso il basso e una verso l’alto, poggiano su di una mappa stellare.

Sostengono una sfera armillare che a sua volta regge un goniometro. In questa scultura installativa spazio e tempo si confondono e si sovrappongono e le due mani parlano di una condizione umana straordinaria per possibilità di scelta ed azione. Difficile però che quest’opera, così come proposta, esistesse già prima che l’artista Paolini ne percepisse la realtà. Lo stesso discorso vale per Caduta libera della seconda sala (il calco ingesso di una mano cerca di trattenere lacerti fotografici di cielo azzurro) e per Habitat della terza sala, che presenta affiancati, ma sotto plexigas, oggetti forse cari a Paolini. E la stessa cosa potrebbe essere detta per tutte le sue opere. Conviene andare oltre il primo significato delle parole, perché queste non sanno e non possono esprimere il tutto, come l’arte stessa. Forse Paolini rifiuta il mito dell’artista visto come il demiurgo platonico ma gli riconosce comunque una capacità di lettura che altri non hanno: è vero che le opere sono già in essere prima della loro scoperta, ma è l’artista che le scopre, è lui che riesce a vederle nel caos o nella banalità del quotidiano; è lui a riconoscere i legami di senso che altri non vedono e a tentare di renderle visibili attraverso i codici e gli strumenti dell’arte.

La mostra Qui (da lontano) ritorna sui temi cari a Paolini: il senso dello spazio, sentito come reale e insieme mentale, il senso del tempo percepito come diacronico nella storia, ma sincronico nella stratificazione della conoscenza, quello della distanza che arriva a negare o confermare l’esistenza del reale. Questi temi, è vero, sono già nel mondo, da sempre, ma c’è bisogno dell’artista per sentirli più vicini, per coglierne il senso profondo. In questo di sicuro Paolini è meno testimone e più interprete, anche se non vuole, ma è impossibile riuscire a percepire ciò che pure “è” senza mettere in campo anche ciò che siamo. Questo non contamina l’opera d’arte, la rende unica nella creazione, e tale diventa per chiunque l’osservi e la faccia propria, se la riscopre con le proprie emozioni e il proprio vissuto. Come dire che, se l’opera d’arte esistesse già di per sé, sarebbe oggettiva, ma essa è sempre soggettiva perché vista in ogni caso attraverso qualcuno, artista o spettatore che sia.

M. G.

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