Home Arte La pittura di Pietro De Campo nell’area informale

La pittura di Pietro De Campo nell’area informale

Gli anni ’90 per l’artista friulano Pietro De Campo sono quelli del periodo materico; in tale ambito comincia a collaborare in una forma sempre più stretta con Luciano Ce­schia, sulla collina dei ciliegi di Tarcento, dove si riunisce spesso il meglio dell’arte del­la regione e oltre. La conoscenza delle mate­rie più diverse instilla l’idea di un’immagine che esce dallo spessore della pellicola croma­tica e si concretizza in rilievi di superficie, come tracce zigrinate di una costruzione che assume talora la valenza del bassorilievo. E la figura si acquatta nelle spire della massa che si sistema in epifanie di luce, sostenuta da pigmenti in cui prevalgo­no il rosso, l’azzurro e il nero. Senza dubbio la temperatura più calda nell’espressione di una prorompente per­sonalità l’artista la manifesta in questo de­cennio; svaporata la seduzione per Afro, co­mincia ad assumere i dati di una fisionomia pienamente riconoscibile. Nelle opere materiche risente della vicinan­za di Ceschia, con un particolare indugio nell’arte sociale con talune emersioni figu­rative (elementi antichi, reperti memoriali, crocifissioni, rosoni, croci, architetture, par­venze antropomorfe, nervature di paesaggi). Riferimenti mitologici legati alla riflessione sui tempi presenti si leggono, per esempio nella

PIETRO DE CAMPO, La caduta degli angeli ribelli, cm 154 x 192, tecnica mista su tavola, 2000
Pietro De Campo, La caduta degli angeli ribelli, cm 154 x 192, tecnica mista su tavola,2000

Caduta di Icaro, dove sabbia e quarzo danno rilievo materico a una superficie che si muove su due tensioni concomitanti, nel senso verticale dello spessore materico della pittura, e orizzontale per la dinamica di trac­ce che articolano la complessità dello spazio pittorico. A metà degli anni ’90 risponde a esigenze di committenza lungo una linea operativa che lo impegna continuamen­te a sperimentare nuove sensazioni dalla com­binazione delle masse cromatiche nella griglia di segni e gesti che in­tessono la superficie. Avverte spesso il fasci­no della fisicità, in base alla quale concepisce quadri come complessi di situazioni emotive in movimento che hanno come unica coordinata di riferimento un‘al­lusione all’orizzonte, segnato da corpuscoli che fluttuano in uno spazio attraversato da linee d’energia, onde di forza che si sviluppa­no in un’idea di profondità.

PIETRO DE CAMPO, Corrida, cm 98 x 138, tecnica mista su tavola, 2003
Pietro De Campo, Corrrida, cm 98×138, tecnica mista su tavola, 2003

Talora manifesta l’esigenza di rapprendere l’infinito fermento dell’universo in un reticolo di linee nere che imprigionano lo spazio. Nel territorio dell’in­formale De Campo arriva a una sintesi dalle molteplici sfaccettature, come una fonte sor­giva da cui sgorgano diversi spunti compo­sitivi, in equilibrio tra l’autenticità dell’im­mediatezza e il calcolo progettuale. Il nero è uno dei suoi colori fondamentali, sia per segnare il bordo dell’opera, quasi in un ac­cenno di cosmo da cui aggettano tagli di luce in continua metamorfosi, ma anche il rosso ha una forte evidenza emblematica: talora compare in innesti dalla forma vagamente rettangolare e si combina con una serie di segni incavati col manico del pennello, quel­lo stesso pennello che gli consente di pro­durre velature per dare l’indicazione di più piani sovrapposti su cui si stratifica la realtà del mondo oppure di distanze differenziate nella concezione appena accennata di una prospettiva. Il gesto lascia trasparire il senso spiralico di un avvolgi­mento di materia che si agglomera attorno a nuclei rossi; l’elemento cromatico esprime la forza leggibile nelle tracce del tempo, quelle stesse a cui De Campo fa spesso riferimento nella sua riflessione, con uno sguardo rivolto al passato non per un semplice momento di nostalgica rivisitazione ma per una continua comparazione con i dati dell’attualità. Nella fase intitolata Tracce del tempo

ver­so la fine del decennio, la potenza del segno si addolcisce fondendosi con la struttura dell’impianto cromatico, ormai risolto per tenui sovrapposizioni, luminose velature, piccole epifanie di luce che si diffondono nelle diverse direzioni dando corpo a minime tracce, piccoli gesti di superficie. Nella fase più recente, che inizia nel 2000, convivono nell’ispirazione dell’artista molte­plici tematiche, nelle quali, pur in un con­testo intessuto di fraseggi astratti e di clima informale, la figura sembra emergere sulla soglia di una leggibilità appena accennata. Queste si evidenziano soprattutto nei temi d’arte sacra, dove l’arti­sta esprime il dato di una calda interiorizzazione del pensiero con il riferimento a immagini prelevate dalle Scritture; in tale contesto Cristo e la Crocifissione ri­corrono spesso anche come paradigmi di una soffe­renza umana che tocca gli individui. L’impianto com­positivo vive su un fondo in cui lo spazio è intessuto di segni e gesti che lo im­brigliano in una tessitura fitta di motivi segnici.

Dopo la grande rassegna personale alla Chiesa di Sant’Antonio Abate di Udine dell’ottobre 2008, la ricerca di questo artista non ha subito rallentamenti, anzi è ancora generosa di risultati che sarebbe bene codificare e verificare in un prossimo even­to espositivo; lo merita la sua generosità di uomo e di artista, che ha prodotto varie cen­tinaia di opere sapendo trasmettere urgenze di incontro e solidarietà, di amicizia e di af­fetto con tutti quegli elementi (luoghi, perso­ne e cose) nei quali ha individuato sempre il ritmo metamorfico dell’esistente e, quindi, il respiro della natura.

Enzo Santese

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